Copertina del video: Puntata 3 | Adam Filippi | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 3

Il tiro, dalla meccanica alla testa: la lezione di Adam Filippi

Con Adam Filippi · la puntata dura 1:34:04

Terza puntata di In Da House, dedicata al fondamentale che decide le partite: il tiro. L’ospite è Adam Filippi, collegato da Miami, specialista del tiro con una lunga esperienza nella NBA: nella presentazione si ricordano gli anni ai Lakers, con tre titoli, il lavoro a Charlotte, la squadra di Michael Jordan, e l’attuale incarico a Sacramento. Con Valerio ci sono Richard Lelli e Simone Pierich, tiratore di Serie A2, che porta il punto di vista di chi tira in partita. Le domande arrivano numerose dalla chat, molte da allenatori.

I libri nati dagli errori

Filippi ha scritto due libri sul tiro. Il primo, scritto tra il 2009 e il 2011, è stato ristampato tre volte e tradotto anche in cinese e giapponese; il secondo è più ricco di dettagli per gli allenatori ed è dedicato al tiro libero. Scriverli lo ha fatto migliorare anche come tiratore. Racconta di essersi sempre considerato un tiratore incostante: da giovane, nelle giovanili della Fortitudo e poi in Serie B, vedeva compagni che facevano sempre canestro, o almeno prendevano sempre buoni tiri, e voleva capire perché. I suoi libri sono frutto dei suoi fallimenti.

Il principio di fondo è la semplicità: per migliorare un tiro si toglie più di quanto si aggiunge, limitando movimenti e concetti.

Il metodo dei grandi tiratori

Chi è davvero bravo, dice, è quasi ossessivo nella routine. Nel pre-partita i grandi tiratori fanno ogni volta la stessa identica cosa, e tutti i giorni, anche solo per pochi minuti, ripassano da vicino, magari a una mano, e si allontanano un passo alla volta. Il motivo è mentale: vogliono vedere la palla entrare. Se si comincia la mattina da tre punti e si sbaglia, la sicurezza cala. Chi salta questa progressione non diventa un tiratore costante. È il contrario di quello che fanno molti ragazzi, che entrano in palestra e tirano da metà campo.

Gli esercizi, osserva, sono gli stessi da cent’anni. Quello che conta è la correzione dentro l’esercizio: osservare il singolo giocatore, perché ognuno è diverso, e capire le priorità.

Cosa correggere, e cosa no

Il primo passo è capire cosa il giocatore fa bene, senza fermarsi agli errori estetici: c’è tanta gente che tira in modo poco elegante e fa sempre canestro. Poi si sistema quello che si può aggiustare senza toccare il movimento: la posizione fondamentale e l’equilibrio, come ci si mette sotto la palla, la presa (palla sui polpastrelli e sui cuscinetti, non sul palmo). Spesso un errore che si vede alla fine del tiro si corregge prima, all’inizio, senza confondere né scoraggiare il giocatore.

Abbassare la palla e il ritmo

Sulla discussione se abbassare la palla prima di tirare, il cosiddetto *dip*, Filippi parte dal fatto che ogni giocatore ha un corpo diverso. Uno dei punti chiave del tiro è creare inerzia e ritmo, che per lui è la coordinazione delle gambe con quella delle braccia. Chi riceve e tira dallo sterno senza mai abbassarla si stanca prima e ha un raggio di tiro più corto. Il *dip* aiuta se abbinato a un piccolo abbassamento del bacino durante la ricezione: abbassare la palla da fermi e poi tirare è lento. Un giocatore di 2,10 come Gallinari può ricevere alto e tirare veloce, ma per un tiratore tra 1,85 e 1,95 quel piccolo abbassamento dà un ritmo impagabile.

L’allineamento e i piedi storti

L’ideale è un allineamento costante con il canestro: piede, ginocchio, anca, gomito, polso, palla e ferro. Molti giocatori, per struttura fisica, ruotano un po’ il corpo per allineare la spalla, ed è un adattamento naturale. Il problema nasce quando i ragazzini copiano i professionisti con le spalle larghe e storcono i piedi senza averne bisogno: da stanchi si girano sempre di più e sbagliano a destra e a sinistra. Il corpo deve dirtelo, non lo decidi a tavolino.

Pierich conferma dal campo: si parte cercando il tiro più dritto possibile, poi, quando si entra in fiducia, capita di segnare anche tiri «bruttissimi». Racconta che il suo tiro, che carica molto la palla, lo hanno costruito Walter De Raffaele e poi Marco Crespi, e che dopo vent’anni nessuno dovrebbe provare a cambiarlo. Filippi è d’accordo: a un certo livello c’è una memoria muscolare, e i fenomeni che rompono le regole lo fanno perché hanno una confidenza enorme con la palla.

Personalizzare, non uniformare

Da una domanda dell’allenatore Federico Danna nasce il punto forse centrale della serata: il problema è permettere l’adattamento del corpo alla tecnica, non proibirlo. Filippi riprende una frase sentita anni fa: se tutti i tuoi giocatori tirano con la stessa identica tecnica, hai insegnato bene i fondamentali ma non hai personalizzato. Il tiro è il fondamentale più personale.

Lo spiega con la sua storia. A 14 anni tirava basso, con il rilascio sotto il mento, allineato e armonioso, ma era debole fisicamente. Tutti gli dicevano di alzare il tiro, lui ci ha provato troppo presto e ha cominciato a spingere con la schiena; ci sono voluti anni per ritrovare l’armonia. Anche Steph Curry da ragazzo tirava bassissimo. Per questo, se un ragazzo tira basso ma è allineato, lo lascia fare finché il corpo non è pronto.

Anche andare a destra o a sinistra cambia le cose: per un destro tirare andando verso sinistra è più facile e veloce, verso destra serve più coordinazione. E l’adattamento personale sta nel trovare l’equilibrio: dopo un’operazione al crociato del ginocchio sinistro, verso destra lui fermava il movimento in modo più morbido.

Tre fasi: tecnica, ripetizione, pressione

Nel suo primo libro il miglioramento del tiro ha tre fasi. Prima la tecnica, curando i dettagli; poi la ripetizione del movimento corretto per automatizzarlo; infine lo stress da partita, perché in gara entrano difesa, passaggi e tensione. Chi parte dalla terza fase senza aver curato la tecnica non diventerà un grande tiratore.

Gli obiettivi devono essere adatti: chiedere 10 su 10 da tre a un quattordicenne lo scoraggia, meglio un 5 su 5 o un obiettivo di coppia, «insieme facciamo 8 su 10». Un ex tiratore dei Chicago Bulls dei primi tre titoli gli raccontò che gli allenamenti erano così competitivi che le partite sembravano più facili.

Le priorità quando si insegna

«Io non insegno a fare canestro, insegno a tirare dritto.» Se il giocatore sbaglia sempre corto o lungo ma dritto, il lavoro è fatto: la sensibilità per metterla dentro arriverà. Le quattro componenti sono equilibrio, presa, allineamento e chiusura, e le priorità sono l’inizio e la fine: posizione fondamentale e chiusura. Quello che c’è in mezzo si può adattare.

Usa molto le immagini, più delle parole: tiene cartelle di foto per ogni fase del tiro, come la chiusura tenuta a lungo da Michael Jordan sul tiro decisivo del 1998. E per non essere negativo mostra il video al giocatore e gli chiede «cosa vedi?»: così è lui ad analizzarsi, senza scontro.

Gli occhi e il ferro

Sull’occhio dominante cita giocatori come Kevin Durant, che tirano davanti al viso e segnano lo stesso: il guaio è portare tutta la tecnica dalla parte opposta. Su dove guardare, racconta di essersi sentito dire a 12 anni il primo ferro, poi il secondo, poi altro ancora. Il ferro dietro, osserva, si vede solo da sotto. La sua idea è la visualizzazione: immaginare sempre la palla appena sopra il ferro, nel momento in cui sta per entrare.

Il tiro libero e i periodi storti

Il tiro libero è «la madre di tutti i tiri», meccanico, mentale ed emotivo. Per circa cinque anni Filippi ha segnato ogni mattina cento tiri liberi di fila. Ma la motivazione da sola non basta: chi sbaglia per motivi tecnici non segna pensando positivo. Bisogna assaggiare il successo, e i progressi si vedono prima in allenamento.

A un giocatore che non segnava più, e che si puniva tirando migliaia di triple, ha consigliato il contrario: tornare vicino al canestro, vedere la palla entrare, ritrovare il ritmo, e allontanarsi solo quando ci si sente pronti. Con i professionisti, poi, meno si parla meglio è: una dimostrazione lenta, o una sola indicazione precisa, come quella che diede a Belinelli sul rilascio troppo dall’indice. Infine il tiro dal palleggio: prima da fermi, poi con l’autopassaggio, dal passaggio e infine dal palleggio, curando una cosa che dice di non aver mai sentito allenare, la raccolta della palla.

I punti chiave

  • Per migliorare un tiro si toglie più di quanto si aggiunge.
  • Ogni giorno si ripassa da vicino e ci si allontana un passo alla volta: bisogna vedere la palla entrare.
  • Prima si corregge quello che non tocca il movimento: posizione fondamentale, equilibrio e presa.
  • Il tiro va personalizzato: se tutti tirano uguale, non lo hai adattato ai giocatori.
  • Tre fasi: tecnica, ripetizione, pressione da partita, con obiettivi adatti all’età.
  • Insegnare a tirare dritto, partendo da inizio e fine del tiro; immagini e «cosa vedi?» più delle parole.
  • In un periodo storto si torna vicino al canestro, non si tirano migliaia di triple.

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