Copertina del video: Puntata 16 - Michele Carrea | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 16

Cambiare idea durante la stagione: la Pistoia di Michele Carrea

Con Michele Carrea · la puntata dura 1:14:38

Sedicesima puntata di In Da House, dedicata a un tema che è il pane quotidiano di chi allena ma di cui si parla poco: come un’idea costruita d’estate deve cambiare durante la stagione. L’ospite è Michele Carrea, all’epoca della diretta capo allenatore di Pistoia alla sua prima stagione in Serie A, dopo quattro anni a Biella in A2 e il settore giovanile a Casalpusterlengo e a Siena. Con lui c’è Simone Pierich, che a Biella ci ha giocato e che si ricorda una stagione piena di imprevisti: il cambio dell’americano, l’infortunio del nuovo. Carrea premette che parlerà della sua esperienza personale, con i dubbi che ancora la accompagnano.

La pagina bianca ha i suoi paletti

Pistoia lo chiama con un grande desiderio di cambiamento: sotto contratto c’è un solo giocatore, e lo staff è da costruire. È la pagina bianca, la situazione che ogni allenatore sogna. Ma dopo poche settimane mostra le sue insidie: per scriverci sopra bisogna stare dentro i paletti, prima di tutto le risorse economiche e poi le strutture.

Qui l’allenatore è a un bivio: trasformare i limiti in alibi, oppure in risorse. Per Carrea oggi l’allenatore, anche in Serie A, ha uno spazio operativo più ridotto di un tempo e un mandato molto specifico. Ricorda Marco Crespi, che a Casale Monferrato poté costruire una società nuova cambiando quello che riteneva opportuno: un mandato che oggi non viene più dato quasi a nessuno. Quindi si lavora mediando e valorizzando quello che c’è. Costruire la squadra di Pistoia guardando i giocatori che prende Bologna è un presupposto sbagliatissimo.

Prima il giocatore, poi le idee

La prima domanda dello staff è stata: uomini o idee? Il giocatore più forte possibile, o quello più in linea con il proprio gioco? Chi non ha il budget per governare il mercato raramente trova entrambe le cose.

Due esempi. Lo staff voleva un 4 capace di tenere i cambi difensivi; il mercato offriva Aristide Landi, giocatore consistente per la Serie A ma con caratteristiche diverse. Hanno preferito la consistenza all’aderenza al progetto. Secondo esempio, Zabian Dowdell: un ragazzo dal profilo umano tra i più alti che Carrea abbia allenato, che lo staff immaginava anche come guida emotiva del gruppo in campo. Non lo era: la sua leadership era fatta di comportamento e di esempio, non di voce. Un errore di valutazione.

La sintesi di Carrea: quasi sempre prima viene il giocatore e poi vengono le idee. Costruire il roster più forte possibile per il budget, con giocatori coerenti tra loro, e poi adattarsi alle loro qualità.

La difesa cambiata strada facendo

L’esempio più chiaro riguarda la difesa sul pick and roll. Si parte con lo show, per tre convinzioni: Pistoia ha bisogno di vedere giocatori che si spendono per la maglia; una squadra meno dotata tecnicamente deve compensare con l’aggressività; ed è la difesa che Carrea conosceva meglio dagli anni di Biella. In tutta la pre-stagione però la difesa non trova consistenza, e il margine di miglioramento sembra minimo.

Si passa al contenimento, cercando di restare aggressivi sulla palla. Ancora niente. La squadra diventa consistente, che non vuol dire eccellente, solo dall’ottava o nona giornata, con una scelta che ad agosto Carrea non avrebbe mai immaginato in Serie A: passare sotto e cambiare su tutti i pick and roll dei primi tre quarti. Lo stesso per la zona: in quattro anni di A2 ne aveva fatta forse trenta minuti, e a Pistoia, dice senza statistiche sotto mano, è diventata probabilmente una delle squadre che ne hanno giocata di più.

In attacco, il gioco spalle a canestro degli esterni è stato abbandonato perché non dava numeri utili. E dopo mesi passati a modificare lo spacing quando la palla andava dentro ai lunghi, constatando che da lì non arrivavano tiri dagli scarichi ma solo conclusioni in uno contro uno, lo staff ha accettato il limite: si lasciava lo spazio per l’uno contro uno, senza riempire la testa dei giocatori di movimenti che non producevano niente. Ad Angus Brandt e Justin Johnson avevano provato a insegnare a vedere lontano dalla palla, guardando anche i loro video dei college: era una carenza che si portavano dietro da sempre.

Una soluzione vale più dell’illusione di non sbagliare

La tesi di Carrea è questa: si lavora per ridurre l’errore, ma è molto più importante avere una soluzione che illudersi di non sbagliare. Il rischio è difendere una valutazione sbagliata solo perché ci si è pensato tutta l’estate.

E la credibilità? Molti dicono che un allenatore che cambia idea la perde. Per Carrea è il contrario: i giocatori hanno una consapevolezza di quello che succede in campo superiore alla nostra, e continuare a far fare una cosa che non funziona distrugge la credibilità molto più che portare una soluzione nuova. Il momento di cambiare arriva quando le settimane non portano più miglioramento e la causa non è la pigrizia ma l’inadeguatezza degli interpreti.

Sul margine d’errore pesa anche il mercato: in cinque anni da capo allenatore Carrea non è mai andato negli Stati Uniti a fare scouting. Se l’americano costa 70 mila dollari, spenderne 20 mila per due settimane di summer league non ha senso per la società. E ha deciso di non usare più i pareri di altri sui giocatori: non per cattiva fede, ma perché il comportamento di un giocatore dipende dal contesto e dal rapporto con chi lo allena.

Quando cambiare un giocatore

Per un cambio di roster Carrea si chiede due cose: le condizioni economiche, cioè se il cambio può costare o deve essere a somma zero (a Pistoia, a fine andata, era a somma zero); e se nel gruppo c’è un elemento di squilibrio riconosciuto da tutti. Il gruppo era coeso, e lo hanno difeso a lungo. La scelta arriva dopo una sconfitta in casa contro Treviso, subendo una fisicità che sarebbe tornata fino a fine stagione: entra Randy Culpepper, che riesce a giocare una sola partita, a Trieste, in un contesto surreale.

Prestazione e risultato

Il pubblico giudica dal punto in più o in meno. Il lavoro dello staff è portare nella squadra un’analisi della prestazione: se fosse solo il risultato, Pistoia per far bene a Milano dovrebbe vincere. Carrea cerca di farlo anche in conferenza stampa. Lo sforzo più grande è stato dopo le trasferte con la Fortitudo Bologna e a Reggio Emilia, perse quando la squadra era ancora a zero vittorie ma dopo partite vere.

Sui tagli: quello di Dowdell è stato il più doloroso della sua vita, ma anche il più facile, perché il giocatore ha mantenuto la stessa professionalità fino ai saluti. Con gli altri la regola è l’onestà. Quanta distanza tenere dai giocatori dipende da chi si è: a Biella, con giocatori quasi coetanei, ne teneva meno; a Pistoia, da esordiente, di più. La pizza dopo la partita con la squadra non gli appartiene, ma non la giudica sbagliata per chi la sente sua.

Chiude con un invito ai colleghi: allenare senza scuse, essere seri e preparati, parlare meno male degli altri allenatori. E una risposta a chi dice che gli allenatori non vogliono più aggiornarsi: a Biella, ogni anno, ha dovuto combattere per ottenere due settimane di allenamenti dopo la stagione.

I punti chiave

  • La pagina bianca ha sempre dei paletti: i limiti vanno trasformati in risorse, non in alibi.
  • Quasi sempre prima viene il giocatore e poi le idee: si costruisce il roster più forte possibile e ci si adatta.
  • A Pistoia la difesa sul pick and roll è passata dallo show al contenimento, fino a passare sotto e cambiare.
  • Avere una soluzione conta più che illudersi di non sbagliare; insistere su ciò che non funziona fa perdere credibilità.
  • Si cambia quando il miglioramento si ferma e il motivo è l’inadeguatezza degli interpreti, non la pigrizia.
  • Si giudica la prestazione, non solo il risultato, e con chi viene tagliato serve onestà.

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