
In Da House · Puntata 20
Dal settore giovanile alla prima squadra: come accompagnare un giovane, con Alberto Morea
Con Alberto Morea · la puntata dura 1:15:04
Ventesima puntata di In Da House, dedicata a un momento delicato: il passaggio dei ragazzi dal settore giovanile alla prima squadra, quello in cui si raccoglie il lavoro fatto dal minibasket in poi e in cui spesso un giovane si perde. L’ospite è Alberto Morea, all’epoca della diretta vice allenatore di Brindisi in Serie A, nelle ultime due stagioni accanto a Frank Vitucci. Il tema lo ha vissuto da più lati: da responsabile di settore giovanile a Ferrara, in un club di Legadue, da vice di allenatori come Luca Dalmonte, Giorgio Valli e Stefano Pillastrini, tutti cresciuti nei settori giovanili, e da capo allenatore.
Il punto di partenza
A Ferrara, racconta, all’inizio non c’era grande attenzione alla produzione di giocatori. A cambiargli lo sguardo fu l’incontro con Alex Finelli, allora alla guida della prima squadra: da lì capì quale sia il vero obiettivo di chi accompagna un ragazzo dalle prime categorie giovanili fino alla pallacanestro dei grandi.
Quell’obiettivo è sviluppare appieno il potenziale del giocatore, in modo che arrivi in prima squadra il più possibile «finito», pronto a una pallacanestro fatta di concretezza, risultati e agonismo, con logiche diverse da quelle delle categorie giovanili.
Non tutti i giovani sono uguali
Morea distingue tre o quattro tipi di giovani che entrano in una prima squadra:
- quello che finisce subito in quintetto, con responsabilità precise;
- quello che entra negli otto della rotazione;
- il nono o decimo, che trova qualche minuto ed è comunque importante per il gruppo;
- l’undicesimo, dodicesimo, tredicesimo o quattordicesimo, che la domenica non giocherà ma in settimana serve per il 3 contro 3, il 4 contro 4, e deve essere pronto a giocare il 5 contro 5 quando un infortunio o una squalifica lo chiamano in causa.
Ognuno ha problemi diversi, ma per tutti valgono quattro aree di lavoro.
1. Il giocatore al centro
Il giovane arriva da una situazione in cui era probabilmente il migliore della sua squadra: giocava tanto, le cose gli riuscivano subito, aveva qualche libertà in più. In prima squadra non sarà più così. Il compito dell’allenatore è metterlo a suo agio, che non vuol dire viziarlo, ma guidarlo a partire dalle cose semplici.
Per questo serve una comunicazione chiara, secca e decisa, con il ragazzo e anche con la famiglia, pure a 18 anni. Morea ammette un errore fatto all’inizio: credeva che la sola chiamata in prima squadra bastasse a motivare qualsiasi sacrificio, e non spiegava con chiarezza cosa avrebbe comportato in termini di tempo e di impegno mentale.
Qui entra la domanda di un conduttore: non succede la stessa cosa al ragazzo dell’Under 15 che si allena con l’Under 17? Per Morea sì, ed è legata a tre motivazioni per cui un ragazzo gioca: divertirsi, sentirsi parte di una squadra, diventare più bravo. L’aggregato che si allena sempre con la prima squadra e quasi mai con i suoi rischia di perderle tutte e tre: non si diverte, non si sente parte di niente, non si sente bravo. Se in più l’allenatore lo aggredisce e i senior rincarano la dose, dopo un po’ smette di venire.
2. Le priorità tecniche
L’allenatore deve sapere su cosa lavorare prima. Per Morea le situazioni chiave sono poche:
- il piede perno e il controllo del corpo nei contatti, che aumentano di numero e di intensità: perni per aprirsi, allentare la pressione, vedere dentro mentre si riceve, ributtare la palla proteggendola con la spalla. Cita Davide Lamma, che allenò a fine carriera, come maestro di questo passaggio;
- i passaggi d’ingresso, quelli che danno inizio a un gioco: dal palleggio, al momento giusto, con entrambe le mani, contro un difensore che spinge, anche skip nell’angolo o a salire verso un post alto;
- il tiro con tempi e spazi da senior, contro un difensore che corre addosso o dopo un passaggio non perfetto;
- l’uno contro uno, attaccando subito in ricezione.
Un esercizio che usa: attaccante con la palla in posizione di tiro, difensore a un braccio di distanza; quando l’attaccante decide, tira, e il difensore contesta. E per i ragazzi che le difese «battezzano», un punteggio diverso per i loro canestri nelle situazioni competitive, perché si sentano sicuri di tirare.
I lunghi vanno tenuti in intensità, abituati a combinare movimenti di corsa: blocco, taglio, chiusura difensiva. In difesa la base è l’intensità: stare davanti alla palla, stare tra uomo e palla senza farsi battere dai backdoor, aiutare e ruotare. E un consiglio semplice per l’aggregato: non sbattere sui blocchi.
3. Conoscere il sistema, con tempo extra
Il giovane deve imparare il sistema dell’allenatore: giochi d’attacco, concetti, regole difensive. Avrà bisogno di molte più ripetizioni di un veterano, ma non si può fare 5 contro 0 per tutta la squadra. Allora si crea tempo extra: mezz’ora prima dell’allenamento per collaborazioni e 5 contro 0, così che in allenamento possa dedicarsi a leggere le situazioni invece di ricordarle. Anche nei primi quindici minuti, mentre i trentenni fanno attivazione e mobilità con il preparatore, il giovane può fare un lavoro più utile per lui, chiedendo il permesso al capo allenatore. E poi la fine dell’allenamento, per tiro e uno contro uno.
Il messaggio al ragazzo è chiaro: sto lavorando con te e per te. Il pericolo opposto è il giovane che nessuno segue e che finisce per lavorare meno dei compagni delle giovanili: ne fa le spese lui, e poi il club, che un giorno non produce più giocatori.
4. Condizionare positivamente la squadra
L’atteggiamento del capo allenatore e dei leader orienta tutto il gruppo. Se il coach prende a male parole il giovane anche per errori non suoi, la squadra farà lo stesso. Se invece il veterano arriva alle 17.30 e trova i giovani già in campo a sudare con un allenatore, capisce che quel lavoro è importante.
A Brindisi l’esempio era Adrian Banks, che con i giovani era il primo a essere positivo. E se il leader non aggredisce il giovane, non lo fanno neanche gli altri: così il clima diventa quello giusto per crescere.
Ambiente, comportamenti, identità
Sotto queste quattro aree Morea vede dei livelli. Prima l’ambiente, positivo e di lavoro, su cui poggia tutto il resto. Poi i comportamenti, tecnici e relazionali, che si costruiscono dal minibasket: salutare quando si entra in palestra, essere disponibili e attenti. Un giocatore non bravo viene accettato da chiunque, uno distratto no. Ai giovani chiede sempre «cosa stai facendo?» quando li vede fermi. Infine l’identità: da capo allenatore puntò su un giovane in quintetto in un ruolo nuovo, poi smise di crederci e prese un altro giocatore per quel ruolo. Il problema, riconosce, era lui: avrebbe dovuto sostenerlo ancora di più.
Questo non significa coccolare: un giovane poco concentrato va trattato da giocatore poco concentrato. Ma l’allenatore deve capire perché lo è, se per troppe informazioni o perché non sa fare una cosa. E quando il ragazzo comincia a fare quello su cui ha lavorato, glielo deve far notare, senza teatralità.
Le domande
Sulla condivisione dell’ultimo anno giovanile con il coach della prima squadra, Morea è d’accordo sui concetti e sugli obiettivi, non sul sistema di gioco, che si impara in fretta. Sul dare spazio ai giovani anche a costo di qualche rischio, sì, ma concentrandoli su poche cose da fare bene nel loro ruolo, che diano fiducia a loro e alla squadra. Per gli aggregati che si allenano poco con il gruppo, bisogna inventarsi di tutto: tempi prima e dopo, un ultimo quarto d’ora diverso nell’allenamento giovanile, priorità chiare.
I punti chiave
- L’obiettivo è sviluppare tutto il potenziale del giocatore, perché arrivi in prima squadra il più possibile pronto.
- Il giovane va messo al centro, con una comunicazione chiara anche con la famiglia.
- Divertimento, appartenenza e miglioramento: se mancano tutti e tre, il ragazzo smette.
- Priorità tecniche: piede perno, passaggi d’ingresso, tiro con tempi da senior, uno contro uno.
- Tempo extra prima e dopo l’allenamento per imparare il sistema: «sto lavorando con te e per te».
- Il comportamento di allenatore e veterani decide il clima in cui il giovane cresce.
