Copertina del video: Puntata 25 - The Last Dance | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 25

The Last Dance: lo staff di Basketball Stars Camp racconta i camp in America e la ripartenza

Con lo staff di Basketball Stars Camp · la puntata dura 1:22:51

La venticinquesima puntata è l’ultima di In Da House, il ciclo nato nei mesi in cui si era costretti a stare chiusi in casa. Niente ospite esterno questa volta: è una chiacchierata conviviale dello staff di Basketball Stars Camp, con Valerio a condurre, i padroni di casa Richard e Simone Pierich, e i compagni di viaggio Annamaria, Daniele e Alessandro. Un gruppo che mette insieme un giocatore come Pierich, allenatori di settore giovanile maschile e femminile, allenatori senior e preparatori fisici. Per Pierich questi due mesi sono serviti anche a conoscere tanti allenatori e giocatori e ad allargare il raggio d’azione per il futuro.

Il camp di Forlì e i viaggi saltati

Richard parte dal camp di Forlì, in formula day camp dalle 9 alle 18: negli anni precedenti tre o quattro settimane con circa 60 ragazzi a settimana. Per l’estate 2020 le settimane sono quattro, con numeri ridotti, e la partenza è fissata a lunedì 8 giugno, seguendo i decreti e le linee guida. Siccome si lavorerà molto sui fondamentali individuali, al lavoro tecnico e fisico si aggiunge l’aspetto mentale, con una psicologa dello sport specializzata nella pallacanestro.

Due viaggi invece sono saltati: quello in Spagna, legato alla collaborazione con il Baskonia, e quello negli Stati Uniti, con circa 25 ragazzi già pronti per ciascuno. Prima la salute, dice lo staff, e le novità sono rimandate all’estate successiva.

Due settimane tra New York e Philadelphia

Il cuore della serata è il viaggio dell’anno prima: oltre quaranta ragazzi e ragazze da tutta Italia e dalla Svizzera, due settimane, con giorni di turismo e giorni di camp. Alessandro racconta come è entrato nel gruppo: un messaggio di Pierich, una proposta per un posto in cui non era mai stato, e un sì quasi immediato. Ogni giornata era pianificata dalla colazione a quando si andava a letto, e i genitori erano informati di tutto.

Il gruppo si è diviso. Le ragazze, con Richard e Pierich, a Brooklyn al camp della Nike; i ragazzi, con Annamaria, Daniele e Alessandro, al camp dei Philadelphia 76ers, a pochi chilometri dalla città, in una struttura quasi militare con palestra, camere da due e pasti organizzati. Daniele ricorda una cittadella con sedici o diciassette campi, in mezzo al verde.

Al camp dei Sixers: gioco, gioco, gioco

Al mattino presto, dalle sei, c’erano lavori individuali facoltativi, e quasi tutti i ragazzi ci andavano. Poi tecnica in mattinata e tornei al pomeriggio. Le differenze con l’Italia, raccontate da chi ha seguito i gruppi:

  • Poca correzione tecnica durante il gioco, molta motivazione: anche chi sbagliava veniva incitato a continuare a provarci e a dare il massimo, e i ragazzi più deboli erano trattati come i più forti. Le correzioni arrivavano in panchina.
  • Gruppi divisi per capacità e fisicità, non solo per età, perché ognuno potesse mettersi alla prova.
  • La frase sentita il primo giorno, riportata da Annamaria: in Europa si gioca 5 contro 5, in America soprattutto uno contro uno. Se un ragazzo forzava l’uno contro uno non veniva tolto dal campo: si punta al miglioramento individuale.
  • La preparazione fisica era un’attivazione al mattino, soprattutto mobilità, lasciata ai singoli allenatori.

Annamaria sottolinea la disponibilità dei coach a qualsiasi ora, anche sulle domande degli allenatori italiani su college e organizzazione. In un camp, le dicono, si danno nozioni su cui ogni ragazzo lavorerà durante l’anno; il lavoro dettagliato si fa nei college.

C’era anche una lezione di autonomia: gli orari erano scritti su grandi cartelloni, e chi arrivava in ritardo saltava il primo tempo della partita, senza sgridate. Al camp passarono anche ex giocatori dei Sixers a raccontare le loro esperienze.

Al camp della Nike: fondamentali e tre allenamenti al giorno

A Brooklyn il lavoro era diverso. L’allenatore era americano ma aveva lavorato a lungo in Europa, e insisteva sui fondamentali, anche difensivi, con lavoro a stazioni, e poca voglia di parlare dei mille palleggi e dello step back alla Harden. Il preparatore atletico, anche lui europeo, curava attivazione all’inizio e stretching alla fine, con lavoro di rapidità e forza. E le ragazze facevano tre allenamenti al giorno, un carico a cui in Italia, osserva lo staff, non siamo abituati. Al camp c’erano una settantina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo, e le italiane hanno fatto subito amicizia.

I playground e i palazzi della storia

Fuori dai camp, la pallacanestro di New York e Philadelphia:

  • Un palazzetto storico di Philadelphia, con nei corridoi le foto di chi ci è passato, da Magic Johnson a Larry Bird a Kobe Bryant, un posto dove ci si sente minuscoli. Lo staff ha affittato per un paio d’ore la palestrina accanto per far allenare i ragazzi.
  • Il Rucker Park, la sera, con le partite del torneo, lo speaker in mezzo al campo, la gente del quartiere che ha subito preso in simpatia il gruppo di italiani.
  • The Cage, dove un giocatore non voleva far giocare le ragazze; arrivò il signore che gestiva il campo, disse che il campo era suo e faceva giocare chi voleva, e la ragazza italiana finì per dominare la partita tra gli applausi.
  • Central Park e altri playground, dove i ragazzi giocavano mescolati ai coetanei del posto, con regole a cui non erano abituati: un confronto di cultura oltre che di basket.
  • La visita guidata al Madison Square Garden, con il racconto della sua storia, gli spogliatoi e le salette per i tifosi.

Chi era a Philadelphia ricorda che i ragazzi non avevano mai tempo libero: dalla colazione alla cena erano sempre in movimento, e l’intensità era la parola d’ordine.

Tornare in palestra: limite o opportunità?

Con le nuove disposizioni nazionali e della FIP si poteva rientrare in palestra, ma senza contatto. Su questo lo staff si divide. Per Richard i problemi vanno trasformati in opportunità: è il momento per lavorare sul miglioramento individuale, tecnico e fisico, che durante l’anno non trova spazio. Valerio è tra quelli che si lamentano: a un giocatore fermo da tre mesi un lavoro tecnico secco, senza sfida con l’avversario, sta stretto, e il cuore della pallacanestro è giocare, correre, saltare, avere contatto.

Annamaria racconta che nella sua società si allenano già da tre settimane all’aperto, in piccoli gruppi, ognuno col suo pallone, e che se i ragazzi sono motivati alla sfida con se stessi il lavoro è molto produttivo. Alessandro spiega il protocollo preparato per una squadra senior durante la quarantena, quattro sedute a settimana, due di rapidità e agilità e due di tono muscolare, lavorando sui tempi di esecuzione perché quasi nessuno aveva i pesi in casa. Con i giovani è stato più divertente: per gli spostamenti, al posto delle scalette, bicchieri di carta.

Cosa resta di In Da House

Durante la quarantena lo staff ha seguito i ragazzi online sul piano tecnico, fisico e mentale, e molti hanno voluto continuare. Accanto alle dirette sono nate altre iniziative, dalla beneficenza a un canale Telegram per allenatori che fa da biblioteca aperta di pallacanestro. Pierich ringrazia i tanti giocatori, allenatori, dirigenti e preparatori passati dalla diretta, e ammette che per un professionista è stato duro, mentalmente, allenarsi senza sapere quando si sarebbe tornati in campo.

La chiusura è un invito al camp e un grazie alla trentina di ospiti passati in venticinque puntate e a chi li ha seguiti.

I punti chiave

  • L’ultima puntata è una chiacchierata dello staff: allenatori, preparatori e un giocatore che lavorano insieme.
  • Al camp dei Sixers poca correzione durante il gioco, tanta motivazione e molto uno contro uno.
  • Al camp della Nike fondamentali, preparazione fisica curata e tre allenamenti al giorno.
  • Rucker Park, The Cage, Central Park e il Madison Square Garden: un confronto di cultura oltre che di basket.
  • Il ritorno in palestra senza contatto divide lo staff: opportunità per lavorare sull’individuale o limite per chi vuole giocare.
  • Il camp di Forlì riparte l’8 giugno, con numeri ridotti e una psicologa dello sport.

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