
In Da House · Puntata 12
Tecnica individuale prima del sistema: Matteo Boniciolli e la lezione americana
Con Matteo Boniciolli · la puntata dura 1:56:45
Dodicesima puntata di In Da House, una domenica di primavera del 2020 in cui, senza il virus, sarebbero cominciati i playoff. Con Valerio c’è Richard Lelli, che ricorda quando l’ospite venne a Forlì a parlare al suo staff di come correggere i ragazzi e di quali parole usare. L’ospite è Matteo Boniciolli, che all’epoca della diretta aveva appena passato una stagione negli Stati Uniti come associate coach in una prep school dell’Indiana. Dopo una carriera lunga in Italia e in Europa, dice, l’unica cosa davvero interessante da condividere era quella: un’esperienza in cui arrivava da perfetto sconosciuto, e doveva farsi ascoltare solo con la qualità del lavoro.
Il sistema americano
Boniciolli parte dalla struttura. Negli Stati Uniti ci sono quattro anni di high school, poi il reclutamento nelle università, con centinaia di squadre che possono offrire borse di studio. In Italia invece, dice, il percorso giovanile si interrompe un anno prima della fine delle superiori, e questo per lui è una follia.
In mezzo ci sono le prep school, un anno in più per chi non ha ottenuto una borsa, per esempio per un infortunio. Sono solo a pagamento: nella sua scuola la retta era di 25.000 dollari l’anno, più vitto e alloggio, e in altre si arriva a 80.000, con più visibilità verso gli scout. Un grande business, e un grande carico sulle famiglie. Gli scout passavano agli allenamenti tutto l’anno, da uno a cinque o sei per volta.
La stagione è breve, da fine settembre a metà febbraio. Fino ad allora c’è il lavoro fisico con il preparatore e gli allenamenti autogestiti dai ragazzi, in cui il capo allenatore non può guidare la squadra. Per la prima volta nella storia della scuola, la squadra è stata invitata a un torneo nazionale tra le 12 migliori prep school del paese, e ha vinto due partite su tre.
Il lavoro del mattino
La giornata era divisa così: al mattino un’ora o un’ora e mezza di lavoro fisico, molti pesi e velocità di piedi, poi a giorni alterni tecnica individuale analitica per ruoli o lavoro di carico sul tiro. Al pomeriggio un’ora e mezza o due di squadra.
Con i video Boniciolli mostra alcuni esercizi. Per gli esterni, crearsi un vantaggio dal palleggio senza blocco: caricare il peso su una gamba con una finta profonda, spostare la palla dall’altra parte nello stesso momento, e attaccare lo sbilanciamento del difensore, riducendo il più possibile la distanza da lui. Cita un insegnamento di Giordano Consolini: l’equilibrio viene prima della velocità. L’esempio è Bodiroga, che non era un atleta ma controllava il corpo in modo straordinario.
Per i lunghi, il lavoro è sempre con il contatto. Due lunghi si spingono, l’allenatore passa la palla a uno dei due senza preavviso, e chi la riceve deve girarsi sul perno e arrivare al canestro tenendo basso il baricentro. Oppure un lungo tira da sotto mentre un compagno lo spinge da dietro: deve usare il corpo dell’altro come appoggio, portare la palla al petto e guardare su. Da giovane, racconta, con i lunghi lavorava senza contatto, ed è uno dei suoi rimpianti.
Gli arresti e il ritmo del tiro
Sul tiro Boniciolli è molto preciso. Ammira il «saltino» dei tiratori dell’ex Jugoslavia: sullo scarico non aspettano la palla fermi, ma fanno un piccolo arresto mentre la palla vola, così quando arriva sono già carichi e dimezzano il tempo di rilascio.
Gli arresti vanno fatti sugli avampiedi, non tallone e punta, perché il tallone porta il peso indietro e il tiro esce corto. A chi ha questo problema fa togliere le scarpe e spostare il peso avanti e indietro, per sentire la differenza. Sul ritmo del tiro, ricorda una vecchia discussione con Tonino Zorzi: per Zorzi il tiro è «uno-due», per lui è «un lungo uno», un’apertura degli angoli in sequenza senza pause, con il gomito come ultimo angolo. Racconta anche che «tiro in sospensione» è una cattiva traduzione di jump shot, che vuol dire tiro in salto: in fisica la sospensione non esiste.
Un altro dettaglio: lasciare le braccia su dopo il rilascio. Dà più precisione, e su un difensore che arriva in ritardo può valere un fallo.
Pino Gherdovich, collega a Trieste, gli ha insegnato che nel lavoro individuale l’allenatore è un sarto: c’è un modello di fondamentale, ma va adattato al corpo e alla testa di ogni giocatore. Ed è il lavoro individuale a costruire il rapporto: quando un giocatore capisce che lo stai migliorando, dice, il rapporto diventa eterno. Lo racconta con la storia di un suo centro, cresciuto in un quartiere difficile di Chicago, diffidente all’inizio e alla fine legato a lui con un abbraccio alla partenza.
Leggere il vantaggio
Nel lavoro di squadra Boniciolli ha usato il pistol, un attacco visto agli allenamenti di Igor Kokoskov a Phoenix, spiegato in un clinic di Luca Banchi e usato da Lorenzo Gandolfi alla Stella Azzurra. Ma più del sistema contavano le letture. Ogni giorno almeno dieci minuti sulle uscite sul tiratore, i close out: se il difensore è lontano si tira; se no, come gli ha insegnato Stefano Comuzzo, si minaccia il tiro e si aspetta che il difensore arrivi quasi a contatto, e solo allora si attacca. Poi, verso il canestro, la lettura dell’aiuto: arrivo in ritardo, arresto di potenza; arrivo in tempo, passaggio.
Un esercizio visto a DePaul sul tagliafuori: difensori e attaccanti corrono in cerchio in senso opposto, e al tiro ognuno deve escludere chi ha più vicino, piccolo o grande che sia.
Perché l’Italia non produce giocatori
La pallacanestro, ricorda Boniciolli, è uno sport di ripetizioni: per fissare un gesto servono circa 10.000 ripetizioni corrette, che vuol dire forse 30.000 tentativi. Andrea Luchi, suo general manager alla Virtus, gli insegnò che bisogna avere priorità. E allora come si costruisce un giocatore, chiede, se dai 14 ai 18 anni cambia due o tre allenatori e una squadra giovanile gioca tre o quattro difese e decine di rimesse? Ogni minuto speso sul sistema è tolto alla tecnica e alla tattica individuale.
Due domande provocatorie: in che ruolo avrebbe giocato Luka Doncic se fosse nato in Italia? E quanti allenatori italiani avrebbero lasciato in campo un Campazzo quattordicenne che lancia passaggi dietro la schiena? Ricorda la finale olimpica del 1980 della Nazionale di Sandro Gamba, e il vuoto di quindici anni nella costruzione di playmaker dopo Nando Gentile. La colpa, dice, non è solo di dirigenti, agenti e genitori: anche gli allenatori devono chiedersi cosa hanno sbagliato.
In America ha visto squadre giocare male con giocatori fortissimi; in Italia vede squadre giocare benissimo con giocatori che non avranno spazio. Se tornasse ad allenare le giovanili, il rapporto sarebbe 70 per cento tecnica e tattica individuale, 30 per cento collaborazioni. Gli spazi devono essere la conseguenza di un vantaggio creato da chi sa usare la palla: insegnare a un ragazzo dove spaziarsi richiede minuti, costruire un tiratore richiede anni.
A chi chiede se la federazione debba selezionare di più gli allenatori, risponde che la selezione la fa il mercato: la federazione deve dare competenze, poi la crescita dipende dalla passione e dal lavoro solitario di ognuno.
I punti chiave
- L’equilibrio viene prima della velocità, e i lunghi si allenano con il contatto.
- Arresti sugli avampiedi, palla ricevuta già carichi, tiro come un unico movimento.
- L’allenatore è un sarto: il fondamentale si adatta al corpo e alla testa di ogni giocatore.
- Sul close out: tiro se il difensore è lontano, altrimenti minacciarlo e attaccarlo a contatto.
- La pallacanestro è ripetizione: ogni minuto di sistema è tolto alla crescita individuale.
- Nelle giovanili, 70 per cento tecnica e tattica individuale e 30 per cento collaborazioni.
