
In Da House · Puntata 19
Come si costruisce e si conduce un allenamento, con Renato Pasquali
Con Renato Pasquali · la puntata dura 1:21:37
Diciannovesimo appuntamento della domenica con In Da House, nelle settimane in cui le palestre erano chiuse e la pallacanestro si poteva solo raccontare. L’ospite è Renato Pasquali, che all’epoca della diretta era general manager della Pallacanestro Forlì, dopo una lunga carriera da allenatore in Italia e all’estero, tra cui tre anni con la federazione canadese a fare formazione agli allenatori in giro per il Canada. Proprio da lì nasce il tema: il problema più grosso, dice, non è fare l’allenamento ma come farlo, come organizzarlo e quali dinamiche contano davvero. Pasquali avverte subito che non tutto quello che dirà sarà condiviso: conta avere l’apertura per cambiare le cose che si stanno facendo.
Parlare la lingua di chi si allena
Il primo errore è non chiedersi con chi si sta parlando. Ai ragazzi vorremmo insegnare tutto quello che sappiamo, ma la bravura dell’allenatore sta nello scegliere il linguaggio e gli argomenti un po’ per volta. Un ragazzo che sbaglia dieci cose non va corretto su dieci cose nello stesso allenamento: meglio una cosa alla volta per dieci allenamenti. Se ne aggiungi cinque, ne fa una e dimentica le precedenti.
Lo stesso vale per i video su internet: bisogna scegliere quello che serve alla propria squadra e all’età dei propri giocatori. Il segreto con le giovanili, per Pasquali, sono interventi limitati e ripetitivi e meno opzioni: più opzioni rallentano il giocatore nelle scelte.
L’esercizio è solo una coreografia
Un esercizio non si spiega in cinque minuti: due informazioni all’inizio, poi un’altra dopo qualche minuto, e così via man mano che i giocatori lo padroneggiano. E soprattutto non è l’esercizio che migliora il giocatore: l’esercizio è una coreografia per enfatizzare alcuni fondamentali.
Da giovane allenatore Pasquali pensava di dare qualità variando continuamente gli esercizi. Poi gli è rimasto in mente un racconto di Ettore Messina su Bob Hill a Bologna, che dal primo all’ultimo giorno fece sempre lo stesso riscaldamento e cambiava solo gli obiettivi del 4 contro 4 e del 5 contro 5. I giocatori erano contenti: non dovevano pensare all’esercizio, ma a come migliorare quello che stavano facendo.
La progressione, dal facile al difficile
Il primo consiglio che si sente di dare è costruire progressioni di lavoro, partendo dalle cose facili. Per l’uno contro uno la sequenza è questa:
- 1 contro 0, per insegnare la tecnica: partenze, arresti, conclusioni;
- difesa guidata dall’allenatore, che orienta l’attaccante verso certe letture;
- vantaggio all’attaccante, che va a buon fine più spesso, poi ridotto un po’ alla volta;
- uno contro uno alla pari.
Nella fase agonistica Pasquali fa ripetere allo stesso attaccante tre o quattro volte di fila, cambiando ogni volta il difensore: così prova soluzioni diverse invece di ripetere la stessa senza accorgersene. Lo stesso schema vale per 2 contro 2 e 3 contro 3, e anche per la difesa, con micro obiettivi facili da raggiungere: impedire la ricezione per due secondi, tenere un palleggio, poi due. Agli inizi si arrabbiava perché pensava che i giocatori non capissero; poi ha capito che erano le sue proposte a metterli in difficoltà.
Dimostrare, correggere, non fermare tutti
Si apprende l’80 per cento da quello che si vede e il 20 per cento da quello che si sente: meglio dimostrare, o far dimostrare a un giocatore bravo. E la parte più importante del lavoro è la correzione, perché nessun ragazzo arriva senza aver mai tirato: ognuno ha già una sua tecnica.
Se in una fila di sei sono uno o due a sbagliare l’arresto, fermare tutti ogni volta rompe il ritmo e umilia chi sbaglia. Meglio prendere il ragazzo da parte, fargli rifare il gesto più lentamente e lasciare che la fila vada avanti. Perché l’intensità di un allenamento dipende dal numero di interruzioni. Pasquali racconta di essere andato da giovane a vedere un allenamento del professor Nikolić alla Reyer Venezia: non c’era un’azione senza una correzione, e lui ne uscì convinto che fermare troppo distragga i giocatori.
Correzione individuale e correzione di squadra vanno distinte: si ferma tutti solo quando l’errore è di molti. E in un esercizio, anche una semplice treccia, un argomento per volta: la correzione successiva arriva solo quando il giocatore ha capito la prima.
Conta anche dove si mette l’allenatore: sul tiro Pasquali sta prima davanti, per le mani, poi di fianco, per vedere se il movimento è verticale, poi dietro, per l’equilibrio.
La voce, il ritmo e il silenzio
Gli allenatori che parlano tanto non vanno bene. Da Messina, con cui ha lavorato otto anni, ha imparato la sintesi. L’esempio è il turista che chiede la strada per piazzale Roma: invece di una lista di svolte, «la prima a destra, la seconda a sinistra, poi chieda di nuovo».
Chi urla dal primo all’ultimo minuto dopo un quarto d’ora non viene più sentito. Serve un tono per spiegare e un altro per stimolare, e servono le pause: i giocatori devono accorgersi di quando l’allenatore parla, ma anche di quando sta zitto. A chi chiede come urlare meno, il consiglio è spiegare a voce bassa e alzare il tono solo per stimolare; dopo uno stop, fare tre o quattro passi in avanti prima di parlare, per avere attenzione. Un buon allenamento, dice, si riconosce anche senza guardarlo: si sentono i giocatori che si parlano e si spingono.
Dagli anni di Bologna ricorda un allenatore esperto che scriveva il piano a fine allenamento: sapeva cosa voleva fare nella settimana, ma seguiva anche la voglia dei giocatori di quel giorno. Perché, come ha sentito dire a Mike D’Antoni, la pallacanestro è stata inventata per i giocatori, non per gli allenatori.
Un allenamento in tre parti
La struttura che usa:
- 30 per cento di lavoro individuale, dove l’allenatore fa l’istruttore: ball handling, partenze, esercizi combinati e sempre tecnica di tiro;
- 30 per cento di fase agonistica, dall’1 contro 1 al 4 contro 4, meglio se in progressione e con piccole regole, per esempio non si tira prima di una penetrazione;
- 40 per cento di 5 contro 5, perché la pallacanestro si gioca in cinque e bisogna imparare a riempire il campo.
Nelle giovanili, ricorda, si insegna una pallacanestro che accompagni il giocatore per tutta la carriera: la tattica serve per una partita, l’insegnamento per sempre.
Il tiro è fiducia
Pasquali si definisce un maniaco della tecnica di tiro: un giocatore che non sa tirare da fuori è «un giocatore zoppo». E il tiro è soprattutto fiducia. A un giovane talento georgiano che non tirava mai segnava una crocetta per ogni tiro rifiutato, da pagare con un suicidio a fine allenamento: dopo qualche settimana era un altro giocatore. A Davide Bonora, nelle giovanili, chiedeva da 8 a 10 tiri da tre a partita. Da Mike D’Antoni ha imparato che un giocatore libero deve tirare e che non si toglie mai qualcuno dal campo sull’errore. Ai ragazzi va detto che sbagliare fa parte del percorso.
Poi la ripetizione. Citando un’intervista a Mogol, bisogna ripetere finché arriva «la magia», l’automatismo. Con Massimo Bulleri, arrivato a Treviso con un tiro da sistemare, costruì una scheda di lavoro quotidiana che lui ha continuato a usare per anni. L’aspetto emotivo del tiro si allena solo quando la tecnica è accettabile, per esempio non cambiando posizione finché non entrano tre o quattro canestri di fila, e poi da posizioni e con tecniche diverse.
Prendere decisioni
Pasquali lavora molto sul decision making: esercizi in cui il giocatore sceglie in base a quello che fa un compagno, o in base all’allenatore sotto canestro che alza o abbassa le braccia. In partita l’allenatore è fuori, e bisogna potersi fidare delle scelte del giocatore. Del Canada ricorda la motivazione altissima dei giocatori e una pallacanestro più fisica e atletica che tecnica.
I punti chiave
- Una correzione alla volta, poche opzioni, interventi limitati e ripetuti.
- L’esercizio è una coreografia: conta l’obiettivo, non la varietà.
- Progressione in quattro fasi: 1 contro 0, difesa guidata, vantaggio all’attacco, uno contro uno alla pari.
- Poche parole, molta dimostrazione; correzioni individuali senza fermare tutto il gruppo.
- Un tono per spiegare, uno per stimolare, e il silenzio come strumento.
- Allenamento diviso in 30 per cento individuale, 30 per cento agonistico, 40 per cento 5 contro 5.
- Il tiro è fiducia: l’errore fa parte del percorso.
