
In Da House · Puntata 11
Il settore giovanile femminile a Cuneo, con Luca Di Meo
Con Luca Di Meo · la puntata dura 1:35:51
Undicesima puntata di In Da House, in diretta serale durante il lockdown del 2020. Con Valerio e Simone l’ospite è Luca Di Meo, all’epoca della diretta responsabile del settore giovanile del Granda College di Cuneo. Il tema è uno di quelli che, dice Valerio, nei grandi discorsi sulla pallacanestro passano in secondo piano: il settore giovanile femminile, e come Cuneo lo ha costruito negli ultimi quattro o cinque anni. Di Meo mette subito le mani avanti: quello che racconta ha funzionato a Cuneo, non è «il verbo».
Il contesto: partire dal minibasket
Per Di Meo la programmazione deve partire dal contesto. Cuneo ha dei vantaggi: nessun’altra società di pallacanestro nel raggio di 20 chilometri e circa 10.000 bambini nelle scuole, molti dei quali senza attività motoria fuori dall’orario scolastico. Ma è anche terra di pallavolo, con squadre in Serie A, e di ginnastica, due sport che spingono molto sul femminile. E la società non ha una tradizione di eccellenza che attiri giocatori da fuori: il valore va creato dall’interno.
La scelta, da una decina d’anni, è stata rovesciare i paradigmi. Di solito conta la prima squadra e il minibasket viene per ultimo. A Cuneo invece minibasket e basket sono un unico progetto, con due società: una si occupa solo di minibasket e del reclutamento nelle scuole, con una trentina di centri collegati; l’altra, il Granda College, è la scuola di basket per le giovanili. Per le famiglie è un’entità unica.
Due decisioni hanno fatto la differenza. La prima: gli allenatori migliori lavorano sulle prime fasce, esordienti, Under 13 e Under 14, e non sulle squadre più grandi. La seconda: il budget del minibasket resta nel minibasket. Le quote dei bambini non coprono i costi delle giovanili o della prima squadra, ma vengono reinvestite in progetti scuola, eventi e feste.
Il risultato, racconta, sono 600-650 bambini e bambine nel minibasket, una qualità cresciuta e famiglie che arrivano alle giovanili già convinte del progetto.
Minibasket in rosa
Cinque anni prima, però, la crescita era quasi tutta maschile. Le bambine erano poche e vestivano il materiale dei maschi. Così è nato Minibasket in rosa: quota gratuita per tutto il primo anno a ogni bambina che arrivava in palestra, una linea di materiale con taglio femminile, striscioni in città, più attività femminile nei progetti scuola. In cinque anni Cuneo ha costruito l’intera filiera femminile, dai 5-6 anni fino all’Under 18.
Maschile e femminile si contaminano
Di Meo, che viene dal maschile e allena ancora squadre maschili, rifiuta l’idea che il femminile sia una costola del maschile da allenare allo stesso modo. Parla di osmosi: i due settori viaggiano in parallelo e si influenzano a vicenda.
Dal maschile al femminile è passata soprattutto l’intensità di allenamento, adattata. La sua squadra, campione d’Italia Under 14, difende forte e segna gran parte dei canestri in contropiede. Dal femminile al maschile invece è passato altro: secondo la sua esperienza le ragazze hanno più capacità di attenzione, si impegnano più a lungo su un obiettivo, sono più disponibili a provare. Per questo lo staff ha usato una squadra di ragazze delle annate 2004-2006 come progetto pilota sul lavoro mentale, e poi lo ha esportato nel maschile.
A una domanda dal pubblico sul rischio di far giocare solo in corsa, Di Meo risponde che proprio Capobianco, vedendole giocare a un torneo, gli consigliò di continuare sull’aggressività ma di aumentare il lavoro a metà campo. Lo hanno fatto, soprattutto a inizio settimana, con molto lavoro sul tiro.
Impegno e autonomia
Fuori dalla parte tecnica, il lavoro si regge su due priorità: impegno e autonomia, sotto il cappello della responsabilizzazione. L’idea di fondo è che la sensazione di potercela fare è più forte della voglia di vincere: un ragazzo che crede di farcela torna in palestra anche dopo una sconfitta.
In pratica, a inizio anno ogni squadra passa tre o quattro giorni fuori, e lì gli obiettivi si concordano con i ragazzi invece di imporli, possibilmente misurabili. Le ragazze hanno anche un diario di squadra. Nel lavoro fisico a coppie vale il mutuo aiuto: chi recupera è responsabile di correggere la compagna. Il lavoro individuale è tanto, facoltativo ma reso attraente, con musica e video del tiro, e alla fine i ragazzi si allenavano molto più di quanto concordato con i genitori.
La frase ripetuta come un mantra è migliorarsi dell’uno per cento a ogni allenamento. Ci si allena per vincere, con ritmi e pressione da partita. E man mano che la settimana avanza la responsabilità passa ai giocatori, fino al discorso prepartita, che nella sua squadra gestiscono le ragazze.
Anche lo staff ha lavorato su se stesso, soprattutto su quando e come dare una correzione: troppi feedback abbassano il carico di lavoro.
Telefoni, scuola e rituali
I social, che Di Meo chiama «mezzi di distrazione di massa», non si possono vietare per sempre. Si è concordato che il palazzetto sia «wifi free»: si entra e si spegne il telefono. Ai ragazzi si spiega che in chat si perde tutto il non verbale, e che tanti equivoci nelle squadre nascono lì.
Poi la scuola. Non si può chiedere di essere atleti perfetti due ore al giorno e poi trascurare lo studio. Di Meo e altri insegnanti dello staff si sono messi a disposizione: con l’Under 16 femminile, ogni venerdì, dopo l’allenamento si studiava insieme fino alle otto, con le ragazze divise in tavoli per materia. Uno degli slogan è «la squadra aiuta la squadra»: una ragazza che rischiava la bocciatura è stata promossa anche grazie alle compagne che andavano a studiare a casa sua.
Contano anche i rituali: arrivare un’ora e un quarto prima della partita, l’attivazione, gli slogan, purché credibili. E il coinvolgimento delle giovanili negli eventi del minibasket, dall’arbitraggio al tifo.
Lo staff prima di tutto
L’ultima slide è quella a cui Di Meo tiene di più: per avere giocatrici motivate serve uno staff motivato, collegato, coerente, che si mette in gioco e che ascolta. Un allenamento di due ore ne costa quattro o cinque di preparazione.
Il lockdown e le famiglie
Durante la chiusura il Granda College ha lavorato con un’app con le sfide tecniche e fisiche, allenamenti online anche con altre società come il Campus Piemonte di Federico Danna, video dei ragazzi corretti a distanza e film guardati insieme da punti di vista diversi. Il materiale è stato messo a disposizione delle scuole di Cuneo.
Con i genitori, la chiave è condividere tutto a inizio anno, in una riunione lunga quanto serve, e poi essere coerenti. Le critiche non spariscono, ma diminuiscono. Sulle ragazze che si demoralizzano più facilmente, Di Meo risponde «nì»: all’inizio c’è più diffidenza e un rimprovero si prende più sul personale, ma quando hanno capito che lavori per loro, ti seguono ovunque. E fanno domande: un ragazzo esce dal blocco e tira, una ragazza chiede perché.
I punti chiave
- Il valore si crea dall’interno: minibasket e basket come un unico progetto.
- Gli allenatori migliori sulle prime fasce, e il budget del minibasket resta al minibasket.
- Maschile e femminile si scambiano qualcosa: intensità da una parte, attenzione e costanza dall’altra.
- Impegno e autonomia: obiettivi condivisi, mutuo aiuto, l’uno per cento in più ogni allenamento.
- Telefoni spenti in palestra, studio insieme, la squadra aiuta la squadra.
- Per avere giocatrici motivate serve prima uno staff motivato.
