
In Da House · Puntata 4
Da Bra alla Serie A, la carriera di Giancarlo Ferrero tra Casale e Varese
Con Giancarlo Ferrero · la puntata dura 54:32
Quarta puntata di In Da House, la chiacchierata in diretta del Basketball Stars Camp nei giorni della quarantena. L’ospite è Giancarlo Ferrero, giocatore di Serie A e in quel momento capitano di Varese, e accanto ai conduttori c’è Simone Pierich, che con lui ha giocato a Casale Monferrato ed è stato il suo capitano. Il filo della serata è la carriera di Ferrero, dal minibasket fino a quello che sta preparando per il dopo.
Un minibasket per caso
Ferrero è di Bra, a mezz’ora o quaranta minuti da Torino. Ha cominciato per caso, con un corso di minibasket, in una famiglia dove nessuno aveva mai giocato né seguiva la pallacanestro. Quando, dopo il primo allenamento, ha detto al padre che voleva giocare a basket, la risposta è stata più o meno «che cos’è?». Ferrero la racconta come una testimonianza: si può arrivare in Serie A anche con genitori che non sono appassionati, senza raccomandazioni.
Dopo il minibasket e la squadra della sua città è arrivata la chiamata di Casale, dove ha fatto tutte le giovanili vivendo in foresteria e finendo lì la scuola. Con Bra il legame è rimasto: ricorda ancora l’effetto che gli fece da ragazzino vedere arrivare al camp Alessandro Abbio, e per questo oggi, quando può, passa a trovare i più giovani.
Un passo indietro per farne uno avanti
Finite le giovanili, Ferrero e la sua famiglia pensarono che cominciare subito in Legadue avrebbe voluto dire avere pochissimo spazio. La scelta fu quella che lui chiama il filo conduttore della sua carriera: fare un passo indietro per provare a farne uno avanti. Giocare in categorie inferiori, dove si ha più possibilità di sbagliare, di mettersi in mostra e di avere responsabilità, e poi tornare alla base, Casale.
Prima però c’era stato un anno diverso: allenarsi in una squadra di Legadue quasi senza giocare. A Casale, nella stagione della promozione dalla B1 alla Legadue contro Forlì, era il decimo uomo e spesso non entrava nemmeno. Proprio quell’anno gli ha fatto vedere come era costruita una squadra professionistica e che lì poteva starci ritagliandosi un ruolo: «non tutti siamo Michael Jordan all’interno di una squadra, ma ci sono tanti ruoli importanti che sono fondamentali per il successo».
Tra gli allenatori che hanno contato cita Franco Ciani, che lo aveva visto a Casale in quell’anno da decimo e quattro anni dopo, allenatore a Osimo in Serie B, lo volle e lo fece giocare molto. «Non smetterò mai di ringraziarlo, perché ha creduto in me quando ero un ragazzino.»
La promozione con Casale
Tornato a Casale, dopo una semifinale arriva la stagione 2010-2011 e la promozione in Serie A, il momento più alto della storia della Junior. Quell’anno la Legadue aveva una formula strana: il primo posto non bastava, bisognava vincere anche i playoff, e a un certo punto sembrò che potesse bastare la semifinale. Vinta la semifinale a Barcellona Pozzo di Gotto, la squadra festeggiò in albergo senza sapere se fosse già promossa. Non lo era: toccò giocare la finale, fino a gara 5, con un gran caldo.
Per Ferrero, cresciuto lì, fu più di un risultato sportivo: una città diventata casa sua in festa, i motorini in centro, tutto rossoblù, e lui che lanciava i cori dal tetto di un furgone. «È stata l’estate più bella della mia vita.» Lo stesso racconto porta a un consiglio: quando si conquista un obiettivo bisogna celebrarlo, ma farlo bene, perché dopo un mese di festa l’inizio della stagione successiva fu faticoso.
Lontano da casa: Bologna e Trapani
Dopo la stagione in Serie A con Casale, a 26-27 anni sente che è il momento di mettersi alla prova lontano da casa. Chiude una stagione alla Biancoblù Bologna, in piena lotta salvezza: tra i ricordi più belli mette un finale contro Brindisi con due triple consecutive nelle ultime due azioni e il volo di ritorno con la salvezza in tasca. Poi due anni a Trapani, appena promossa in Legadue: il primo chiuso al nono posto, vicino ai playoff, il secondo andato peggio del previsto, che chiama l’unico rammarico della sua carriera.
Varese, da rincalzo a capitano
L’occasione di Varese arriva sapendo bene cosa gli veniva chiesto: la squadra avrebbe giocato la coppa europea, serviva un gruppo lungo e servivano italiani pronti a tenere alto il ritmo degli allenamenti, anche partendo con pochi minuti. All’inizio gioca poco, poi in un derby con Cantù si fa male l’amico Daniele Cavaliero, lui entra, fa la sua prima doppia cifra e Varese vince. Da lì tutto cambia: dopo due anni e mezzo diventa capitano, e al momento dell’intervista è alla quinta stagione.
Il suo metodo è semplice: non scegliersi il ruolo. Esterno, interno, 3 o 4: «per me in qualsiasi modo, io volevo stare in campo». Da quando è arrivato coach Caja gioca da anni una ventina di minuti di media. E il pubblico di Varese, abituato a tanti successi, ha capito che oggi non c’è una squadra costruita per vincere tutto e apprezza chi lascia tutto in campo, anche sbagliando.
Dall’entrata mancina al tiro da tre
Da giovane era un giocatore atletico, che vinse anche la gara delle schiacciate allo Star Game, e la sua arma principale era la penetrazione di mancino. Col tempo ha capito che, se voleva stare ad alto livello, pensando solo ad andare dentro avrebbe «sbattuto contro dei muri». Ricordandosi di come Pierich si ricavava i tiri aperti, ha lavorato sul tiro, e negli ultimi quattro o cinque anni ha preso molta più confidenza. Avere due armi, dice, ti rende difficile da marcare anche a livello molto alto.
Gli allenatori che chiedono tanto
Si parla poi di Marco Crespi e di Caja, considerati tra gli allenatori più duri in circolazione. Ferrero ammette che non è sempre facile, perché pretendono il cento per cento ogni giorno, ma ha reso di più con allenatori così che con quelli che gli lasciavano carta bianca. Con Caja è arrivata la svolta, anche con un ruolo fuori dal campo. Il messaggio è per i ragazzi: un allenatore esigente non sgrida per piacere, ma perché non vuole che buttiate via un’occasione.
Il pre-partita e la quarantena
Ferrero racconta di essere stato a lungo un giocatore teso e in ansia prima delle partite, con un’emozione che non sempre riusciva a gestire, e di essere migliorato crescendo. Al momento della diretta Varese non giocava una gara ufficiale dal 26 gennaio, e lui non toccava un pallone da un mese: si teneva in forma con un’ora di esercizi seguendo tutorial su YouTube.
Il consiglio a chi è chiuso in casa è lo stesso: un pallone ce l’hanno tutti, e rispettando vicini e genitori si possono cercare su YouTube esercizi di palleggio e ball handling, provare a replicarli e lavorare sulla mano debole.
Curiosità e futuro
Dopo la patente nautica, mai usata, e un periodo da dj, la scelta seria: appassionato di finanza ed economia, arrivato a Varese si è iscritto all’università, si è laureato in tre anni a Torino e sta facendo la magistrale alla LIUC di Castellanza. Ai ragazzi dice di essere curiosi: imparare una lingua, suonare uno strumento, non passare la giornata alla PlayStation. E ricorda che in una società sportiva non ci sono solo i giocatori: social media manager, fotografi, giornalisti, dirigenti, fisioterapisti.
Sul segreto per arrivare in alto risponde con la perseveranza e con la capacità di guardarsi dentro: dopo una sconfitta ognuno sa cosa non ha fatto bene, e può parlarne con l’allenatore, un amico, i genitori. «Il nostro destino lo decidiamo noi: non tutti saremo giocatori professionisti, però tutti possiamo arrivare a essere il meglio di noi.» E la pallacanestro resta un viaggio: gli amici con cui è cresciuto da piccolo sono ancora i suoi amici.
I punti chiave
- Si arriva in Serie A anche partendo da una famiglia che non conosce il basket, senza raccomandazioni.
- Un passo indietro di categoria può servire a farne uno avanti: più minuti, più errori permessi, più responsabilità.
- Un anno ad allenarsi ad alto livello senza giocare insegna dove ci si può ritagliare un ruolo.
- Non scegliersi il ruolo: chi accetta qualsiasi compito pur di stare in campo trova spazio.
- Aggiungere il tiro alla penetrazione rende difficili da marcare anche ad alto livello.
- Gli allenatori esigenti chiedono tanto per non farti sprecare l’occasione.
- Perseveranza e onestà con se stessi: tutti possono diventare la versione migliore di sé.
