Copertina del video: Puntata 18 - Alessandro Di Pasquale e Pierfrancesco Rava | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 18

Settore giovanile e tiro in Spagna, tra Formentera e Valencia, con Alessandro Di Pasquale e Pierfrancesco Rava

Con Alessandro Di Pasquale e Pierfrancesco Rava · la puntata dura 1:38:04

Diciottesima puntata di In Da House, e di nuovo uno sguardo fuori dall’Italia: la Spagna, uno dei movimenti più interessanti d’Europa. Gli ospiti sono due allenatori italiani che all’epoca della diretta lavoravano lì, in due realtà molto diverse: Pierfrancesco Rava, a Formentera, in un club piccolo, e Alessandro Di Pasquale, nel settore giovanile del Valencia. A condurre sono Richard Lelli e Valerio. L’idea, spiega Richard, è mostrare non solo un club d’élite ma anche una realtà alla portata della maggior parte delle società.

Formentera: tre allenatori per cento bambini

Rava parte dalla logistica. Il 70 per cento delle trasferte si gioca a Ibiza: barca all’una e mezza, partita alle quattro e mezza, ritorno con la barca delle sette e mezza. Una giornata intera, per ragazzi e famiglie. Ed è difficile trovare allenatori con i titoli per allenare su un’isola che d’inverno cambia faccia.

Il club è nato ufficialmente nel 2011. Attorno alla pallacanestro ruotano una quindicina di persone, ma lo staff operativo è di tre allenatori per circa un centinaio di bambini, 70 dei quali tesserati nelle cinque squadre, dai piccolissimi di quattro anni ai cadetti di 14 e 15. Con così poche persone nessuno fa solo il suo: chi segue la segreteria allena anche i più piccoli e va nelle scuole due pomeriggi a settimana, e da lì sono arrivati una trentina di bambini. Rava è allenatore in seconda dei cadetti. L’anno prima il club era stato premiato come miglior società sportiva di Formentera.

Il limite di un’isola: manca il confronto

Il vantaggio di essere l’unico club è che chi vuole giocare a pallacanestro arriva da loro. Il limite è la mancanza di competitività: i ragazzi non vedono mai un’altra società, un altro modo di allenare, un rivale da inseguire. Per questo il club cerca di portarli fuori: i cadetti sono stati due giorni al centro tecnico di Palma di Maiorca, ad allenarsi con i migliori prospetti delle Baleari, e nello stesso fine settimana hanno provato anche gli sport in carrozzina. D’estate il club organizza un camp dalla fine della scuola all’ultimo giorno di vacanza, per 90-110 bambini dai 4 ai 12 anni.

Valencia: 53 squadre e nessun vincolo

Di Pasquale racconta tutt’altre dimensioni: 70 allenatori, 53 squadre maschili e femminili, oltre 150 persone che lavorano tra il settore giovanile d’élite e la scuola di basket. Anche a Valencia però la competitività è un problema, per un motivo diverso: in Spagna non c’è il vincolo sportivo, i ragazzi si spostano liberamente e il Valencia prende i migliori. L’anno prima aveva vinto tutti e sei i titoli regionali, maschili e femminili; per trovare avversari veri si va a fare tornei all’estero, e con tante squadre si organizzano tornei interni.

Le condizioni aiutano: palestre con sei canestri, una macchina per il tiro, una decina di campi all’aperto sulla strada di casa sua. La scuola collabora: chi vince un campionato regionale diventa atleta d’élite e può saltare alcune materie per allenarsi, e chi arriva tra le prime quattro in Spagna ha posti riservati nelle università a numero chiuso. E le partite si giocano nel fine settimana, perché il sabato non c’è scuola: le squadre si allenano quattro volte a settimana senza perdere giorni per le partite infrasettimanali, come capita in Italia.

La didattica del tiro

Il cuore della serata sono i video di Di Pasquale sul tiro. Ogni allenamento comincia con 45 minuti di fondamentali, e alcuni ragazzi fanno anche sedute individuali la mattina presto. Al Valencia tre allenatori si occupano solo di tecnica individuale, con schede per ogni giocatore sui punti forti e deboli, concordate con il suo allenatore: si lavora anche sui punti forti, non solo sui difetti.

La progressione parte dalla sensibilità delle dita, poi la parte superiore del corpo: la mano sotto la palla, l’allineamento di polso e gomito, anche in ginocchio per escludere le gambe. Tre posizioni della palla da tenere tre secondi ciascuna, poi il passaggio dalla prima alla seconda al rallentatore, perché è lì che si costruisce l’allineamento, poi il tiro normale. Poi le gambe, con tre saltelli prima di tirare, e l’arresto a due tempi che chiamano «Klay», da Klay Thompson. Poi gli appoggi in avanti, laterali e all’indietro, gli arresti con un piede per ritrovare subito l’equilibrio, gli appoggi tallone, punta, punta in uscita dai blocchi. I video servono anche ai ragazzi: uno che finiva il tiro con le spalle all’indietro se ne è accorto solo rivedendosi.

La regola sulla distanza è semplice: si tira da dove la meccanica resta corretta. Se per arrivare al ferro il ragazzo deve spingere con la spalla, si torna avanti. Con gli esordienti si lavora già sul tiro a una mano. E il tiro c’è tutti i giorni: se il fondamentale della seduta è un altro, i primi 15 minuti sono comunque di tiro. Ogni mese ogni squadra compila un foglio con centinaia di tiri da posizioni e modi diversi, con le percentuali.

Regole che insegnano

Molte regole giovanili spagnole sono decise dalle singole comunità, e alcune colpiscono gli ospiti. Nel minibasket a Valencia c’è il tiro da tre punti, valido con i piedi fuori dall’area: così i bambini non si ammassano tutti sotto canestro. Le partite degli esordienti sono divise in sei tempi, e ognuno deve giocarne almeno due e non più di tre. Sopra i 25 punti di vantaggio non si può pressare a tutto campo, e a 40 punti di scarto il tabellone si ferma mentre si continua a giocare. Si possono avere al massimo 12 tesserati per squadra, quindi ci si allena in dodici. I raddoppi invece sono liberi, e l’attacco ai raddoppi va insegnato già da piccoli.

Una guida interna dà a ogni fondamentale un numero da 0 a 3 per categoria, da non lavorare a lavorare molto, ma conta anche il livello: la quinta squadra degli esordienti non è la prima.

Genitori e cultura sportiva

A Valencia i genitori non entrano in campo: guardano dalle tribune, ricevono a inizio anno regole di comportamento, e i problemi si discutono con il direttore, non con l’allenatore. A maggio e giugno ci sono giornate a porte aperte per i bambini dagli 8 agli 11 anni, e dopo ogni partita gli allenatori segnalano sull’applicazione del club gli avversari che li hanno colpiti.

Entrambi notano poi una differenza di base: i bambini spagnoli si muovono di più, a piedi, in bicicletta, in monopattino, e fanno molta educazione fisica a scuola. Arrivano in palestra con capacità motorie che in Italia spesso vanno insegnate. E hanno una cultura del gioco impressionante: in una riunione su Zoom bambini di nove o dieci anni riconoscevano per nome i giocatori di Eurolega.

Due modelli a confronto

Una domanda dal pubblico mette a confronto il lavoro cognitivo e di racconto del minibasket italiano con l’anticipo tecnico spagnolo. Rava sta con la Spagna: l’obiettivo è un giocatore formato a 17-18 anni, pronto a tenere il campo, e i risultati degli ultimi anni parlano. Di Pasquale usa entrambi i metodi, ma sui fondamentali non transige. Richard propone una via di mezzo: storie e racconti con i più piccoli, poi un po’ alla volta la tecnica, e la didattica del tiro già dagli esordienti.

I punti chiave

  • Un club piccolo vive di persone che fanno più ruoli e deve portare i ragazzi fuori, per fargli vedere altri modi di giocare.
  • Al Valencia ogni allenamento comincia con 45 minuti di fondamentali, e il tiro c’è tutti i giorni.
  • La meccanica del tiro si costruisce per parti: dita, mano, allineamento al rallentatore, gambe, appoggi, equilibrio.
  • Si tira solo da dove la meccanica resta corretta; con gli esordienti si lavora già a una mano.
  • Regole come i sei tempi, il limite di 12 giocatori e lo stop a 40 punti di scarto garantiscono minuti e qualità di allenamento.
  • I bambini spagnoli arrivano in palestra più abituati a muoversi, e questo cambia quello che si può insegnare.

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