Copertina del video: Puntata 10 - Gianmarco Pozzecco | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 10

La gestione del gruppo secondo Gianmarco Pozzecco

Con Gianmarco Pozzecco · la puntata dura 1:42:32

Puntata numero 10 di In Da House, in diretta durante il lockdown della primavera 2020. Con Richard Lelli e Simone Pierich c’è un ospite che, come dicono in apertura, ha diviso il pubblico per tutta la carriera: Gianmarco Pozzecco, che all’epoca della diretta allenava la Dinamo Sassari. In collegamento c’è anche Pierino, amico di lunga data e compagno di partitelle a Formentera. Il tema scelto da Pozzecco è la gestione del gruppo, con una premessa: parlerà di opinioni, perché se allenare fosse una questione di verità basterebbe copiare i più bravi.

Un mestiere che vale più di quanto viene pagato

Prima di entrare nel tema, Pozzecco fa un ragionamento sulla categoria. In quel periodo, dice, ci sono mille piattaforme dove si parla di schemi e di pick and roll, cose utili, ma l’allenatore ha anche tante altre responsabilità. Eppure guadagna più o meno come l’ottavo o il nono giocatore, e la responsabilità non è la stessa. Lamentarsi non serve: sono gli allenatori a dover far crescere la considerazione che le società hanno di loro, a partire da quella che hanno tra di loro.

Il gruppo non si crea da solo

Per gestire un gruppo, spiega, non bisogna per forza essere psicologi o mental coach. Ma bisogna sapere che ci vogliono tempo ed energie. Da giocatore ha avuto allenatori quasi disinteressati all’atmosfera della squadra: il gruppo invece non nasce da solo, e l’allenatore ne è una parte fondamentale.

Il primo passo è conoscere se stessi. Pozzecco si dice poco tollerante verso certi atteggiamenti, per esempio un giocatore che esce la sera a ridosso della partita: quei giocatori non li vuole sotto contratto. Le informazioni su un giocatore vanno raccolte prima di firmarlo, e se ha difetti che non si possono accettare, non si firma. Un altro errore è pensare che un giocatore cambi le sue abitudini solo grazie al nostro modo di allenare: se ci si prova, bisogna mettere in conto molto tempo.

L’allenatore che protegge

Guardando il documentario su Michael Jordan, Pozzecco nota come allenatore e leader della squadra proteggano insieme tutto quello che succede nello spogliatoio, anche contro dirigenti e proprietari. In Italia, dice, gli allenatori lo fanno a fatica: hanno poco potere contrattuale e culturalmente non si mettono di traverso alle scelte di presidenti e general manager. Per lui invece l’allenatore deve essere il protettore del gruppo: giocatori, staff tecnico, fisioterapisti, medici, contro qualsiasi pressione, esterna o interna.

Racconta un caso della stagione precedente: un suo giocatore, appena passato a un’altra squadra, era stato fermato dalla polizia in America e i giornali lo davano quasi per spacciato. Pozzecco lo ha chiamato subito e ha scritto un post pubblico per fargli sapere che gli restava vicino: sbagliare è umano, l’importante è pagare per l’errore e rialzarsi.

Un rapporto quasi alla pari

Pozzecco ha scelto di allenare come avrebbe voluto essere allenato, in un modo quasi paritario. Questo ha due rischi. Il primo è la diffidenza: un giocatore trattato in modo diverso si chiede dove sia la fregatura. Il secondo è che il giocatore si prenda troppa confidenza. Per questo deve essere abbastanza intelligente da capire che l’allenatore resta in un ruolo istituzionale, e che a volte farà scelte contro la sua prestazione individuale, ma in modo onesto.

I limiti si superano anche con gli allenatori rigidi, osserva: da giocatore ne ha visto uno perdere tutta la sua credibilità il giorno in cui un giocatore gli si è messo di traverso. Succede meno quando i leader della squadra non se lo permettono, come gli è capitato a Capo d’Orlando. Non esiste una forma di leadership valida per tutti: ognuno deve seguire la propria autenticità.

Il peso dei leader

Le squadre forti aprono cicli perché riescono a tenere lo stesso nucleo, cioè gli stessi leader. Pozzecco cita Bill Belichick, allenatore dei New England Patriots: a chi gli chiedeva come ottenesse tanta disciplina e tanto spirito competitivo in allenamento, rispose che il merito era di Tom Brady, il primo a dare l’esempio.

Il suo Tom Brady è stato Gianluca Basile a Capo d’Orlando: a 38 anni, dice, se avessero messo tutti col cappuccio sarebbe stato comunque riconoscibile, perché era sempre il primo. Da qui anche l’aneddoto più divertente della serata: gli allenamenti fissati in base alle previsioni del tempo, perché Basile la mattina andava a pescare, e il giorno in cui si presentò con la mano fasciata dopo una lotta con uno squalo per un tonno.

Il giocatore che non si inserisce

A una domanda su chi non riesce ad amalgamarsi, Pozzecco risponde che dipende dal motivo. Se è timidezza, interviene molto. Se invece è «una testa di cazzo», non perde tempo: in un gruppo di nove persone serie, è più facile che uno condizioni in negativo gli altri che il contrario.

Per stare insieme usa un metodo semplice: quando c’è da festeggiare, paga la cena a tutta la squadra. Racconta che Obradovic gli disse che i giocatori di oggi, se non dici niente, non escono. Pozzecco aggiunge una frase che dice di aver preso da Ramagli: «come giocatore vuoi vincere, come allenatore non vuoi perdere». Da giocatore, festeggiare le vittorie era parte del gioco.

Professionisti, giovani e dilettanti

Il suo modo di allenare, dice, è più difficile da applicare nel professionismo, dove ci sono interessi e giudizi. A livello giovanile e dilettantistico invece funziona: da ragazzino scelse come padrino di cresima il suo allenatore, e questo dice quanto conti per un ragazzo un buon rapporto con chi lo allena. Con i giovani però ci sono responsabilità educative in più: niente carta di credito per andare a bere birra. Pozzecco si considera fortunato: fino a vent’anni ha giocato in Serie D solo per divertirsi, e quella leggerezza se l’è portata dietro.

Identità prima del playbook

Sulla tattica, la prima cosa è che una squadra abbia un’identità, cioè una direzione chiara: a Sassari, per esempio, si giocava molto in post basso. Meglio una o due cose fatte con fiducia che un sistema complicato. Il giocatore non deve pensare troppo in campo, e soprattutto non deve sentirsi appagato solo perché ha fatto quello che l’allenatore ha chiesto: se raddoppia sul pick and roll per evitare la sgridata e poi l’avversario segna, non ha fatto niente. L’obiettivo è non far segnare l’avversario.

L’esperienza da assistente a Zagabria, racconta, gli ha cambiato il modo di allenare: ha imparato il video e l’analisi, e soprattutto ha visto il campo con meno stress. Per questo consiglia a chi allena di fare almeno un’esperienza da vice e di vivere all’estero.

Sul discorso prepartita, conta solo nelle partite delicate. Prima di una di queste ha detto ai suoi di non preoccuparsi: la gente, alla fine, ricorda solo i canestri vincenti, come quelli di Kobe Bryant.

Ai ragazzi: la passione prima del risultato

L’ultimo consiglio è per i giovani. Oggi, dice, si vive di apparenza. Lui ricorda il signor Pilolli, il falegname che aveva la bottega davanti alla lavanderia della nonna, che lavorava fino a notte per passione. L’unica preoccupazione deve essere divertirsi: se si arriva da qualche parte, sarà una conseguenza. Da bambino sfidava il fratello in camera, con la scatola del Dixan come canestro, dieci volte al giorno.

I punti chiave

  • Il gruppo non si crea da solo: l’allenatore deve spenderci tempo ed energie.
  • Conoscere se stessi serve a scegliere i giocatori: certi atteggiamenti non si firmano.
  • L’allenatore protegge il gruppo, anche contro pressioni interne ed esterne.
  • Un rapporto quasi alla pari funziona se il giocatore capisce che l’allenatore resta nel suo ruolo.
  • I leader che danno l’esempio valgono più di qualunque regola.
  • Prima un’identità chiara, poi gli schemi: l’obiettivo è non far segnare l’avversario.
  • Ai ragazzi va tolta l’ansia di diventare qualcuno: prima viene il divertimento.

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