Copertina del video: Puntata 5 - Fabio Bongi | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 5

Il ruolo del vice allenatore nel settore giovanile, con Fabio Bongi

Con Fabio Bongi · la puntata dura 1:25:32

Quinta puntata di In Da House, e per una sera non si parla di fondamentali ma di equilibri: quelli tra il capo allenatore e il suo staff. L’ospite è Fabio Bongi, che ha lavorato nel settore giovanile e con le squadre senior, è stato responsabile di settore giovanile e da anni è il vice allenatore della prima squadra di Pistoia, in Serie A. Il tema è la figura del vice, soprattutto nel settore giovanile, dove spesso un gruppo ha al massimo un allenatore.

Tre tipi di vice allenatore

Bongi distingue tre situazioni frequenti: il giovane alla prima esperienza, messo accanto a un capo allenatore esperto per farsi le ossa; il vice che ha già una sua idea di pallacanestro e va considerato quasi alla pari; e il «senior assistant», l’allenatore con più esperienza affiancato a un capo allenatore giovane.

In tutti e tre i casi il vice rappresenta un livello intermedio tra il capo allenatore e il gruppo squadra, dentro cui Bongi mette anche il dirigente accompagnatore e il preparatore fisico. Serve a togliere al capo allenatore la sovraesposizione: oggi nessuno può occuparsi da solo di tutto quello che riguarda una squadra. Quando si può inserire questo livello intermedio, dice, è bene farlo.

Il discorso si divide in tre parti: gli aspetti emozionali, quelli organizzativi e quelli tecnici.

Gli aspetti emozionali

Il primo è guardarsi allo specchio: le motivazioni che portano ogni giorno in palestra, il desiderio di imparare, che non deve mancare nemmeno al vice più esperto, e degli obiettivi a medio e lungo termine, che siano diventare capo allenatore o crescere come vice.

Poi i rapporti. Con i ragazzi, soprattutto alle medie e nei primi anni delle superiori, serve sensibilità psicologica. Con il capo allenatore serve disponibilità tecnica e umana: l’importanza del vice si sente quando le cose vanno male, quando le partite non girano o un ragazzo smette di crescere. In quei momenti un punto di vista diverso aiuta il capo allenatore a non sentirsi solo. Secondo Bongi il primo passo verso l’altro spetta al vice.

Contano anche i dettagli che si danno per scontati: i silenzi, la postura, il tono. Il timbro dell’allenamento lo dà il capo allenatore, e se il vice arriva di corsa e rilassato da un altro allenamento mentre il capo vuole una seduta seria, la squadra lo percepisce.

Amici o colleghi?

Una domanda dal pubblico chiede se capo allenatore e vice debbano essere amici o solo tecnici. Bongi non ha una risposta assoluta: l’amicizia va bene, ma in campo servono rispetto dei ruoli e serietà, e l’amicizia non deve portare a far finta di niente quando qualcosa non funziona. Le osservazioni si fanno in separata sede, mai davanti ai ragazzi.

Correggere il vice

Se il vice sbaglia qualcosa durante l’esercizio, meglio correggerlo subito o dopo? Per Bongi tutto parte dalle riunioni prima e dopo l’allenamento: prima si concerta cosa si farà, dopo si verifica cosa è successo davvero. Alla prima volta l’errore se ne parla serenamente nella riunione dopo, e il capo allenatore comincia con delle domande: sono stato chiaro? Il piano era chiaro? Sapevi a che punto eravamo e qual era l’obiettivo dell’esercizio? Il giorno dopo, assicura, l’attenzione del vice sarà al massimo.

Il principio è che quello che chiediamo ai giocatori dobbiamo darlo allo staff. La pallacanestro è un gioco di errori, vince chi sbaglia meno, e il segreto per un giocatore è avere un buon rapporto con l’errore. Lo stesso vale per il vice: se entra in palestra con la paura di sbagliare, si chiude invece di aprirsi.

Entrare in una prima squadra

Un giovane giocatore aggregato alla prima squadra deve saper stare in campo, ascoltare, assorbire tutto come una spugna e muoversi senza palla. Ai giovani allenatori Bongi dice: non entrate in un contesto senior per la prima volta il giorno in cui ci lavorate. Anche se allenate l’Under 15, andate a vedere la prima squadra con foglio e penna e chiedete il perché delle cose, così poi entrerete in palestra come a casa vostra. La capacità più importante per un allenatore, per lui, è saper osservare, e con i più piccoli vuol dire saper leggere gli occhi di ogni bambino.

Gli aspetti organizzativi

Nel settore giovanile il vice può farsi carico di cose che altrimenti finirebbero al dirigente, che spesso è anche il genitore di un ragazzo: il rapporto con le famiglie, i pulmini, la chat di gruppo, gli infortuni. Bongi insiste su un punto: tenere coinvolti i ragazzi che non possono esserci, infortunati o non convocati, anche con un messaggio individuale.

Il giorno della partita le statistiche può compilarle proprio chi non gioca, magari con un tablet, così il vice resta libero di gestire la panchina. Un suggerimento raccolto da un collega: mettere il vice in mezzo alla panchina, alla stessa distanza da tutti, per spiegare cosa succede in campo e tenere i ragazzi concentrati anche quando sono seduti.

Gli aspetti tecnici

Concertare l’allenamento con il vice diventa un’abitudine in sette o dieci giorni. Il segreto è coinvolgerlo. Bongi fa l’esempio del 3 contro 3 a metà campo: con lo stesso esercizio si allena il lato forte, la distanza di un passaggio, il lato debole con un appoggio fisso, il tagliafuori o il rimbalzo offensivo, magari dando due punti per ogni rimbalzo d’attacco. Il vice che sa qual è l’obiettivo del giorno un mese dopo proporrà da solo la variante giusta. Oppure gli si affida un conteggio, come i rimbalzi offensivi concessi, su cui impostare l’allenamento successivo.

Racconta di quando cominciò a fare il vice, a 16 anni: per i primi due anni seguiva sempre il pallone, e ha dovuto sforzarsi per guardare il lato debole, la transizione, tutto quello che succede lontano dalla palla. Oggi, dice, è lì che si fa la differenza, perché la maggior parte del tempo in campo si passa senza la palla in mano.

A una riflessione di Simone Pierich sulla difficoltà di adattarsi al linguaggio di un allenatore, Bongi risponde che il vice si mette a disposizione senza spersonalizzarsi. Adattarsi a un’idea diversa è un’occasione per imparare. Se un’idea non la si condivide, lo si dice fuori dal campo, perché «nessuno ha il verbo della pallacanestro».

Posizione e voce

Il vice deve avere gli stessi spazi e tempi che chiediamo ai giocatori: essere nel posto giusto per vedere un fondamentale, per arbitrare, per controllare un tagliafuori. Quando il capo allenatore ferma l’esercizio e parla, non deve volare una mosca. Se il vice deve correggere un ragazzo su un dettaglio, si muove dietro le file senza attraversare il campo, si mette alle sue spalle e non davanti, così da non distrarlo, e interviene con un flash quando l’esercizio riparte. Di solito sta fuori dalle righe del campo, per non aggiungere pressione. Anche il rinforzo positivo va gestito: dopo il complimento si chiede di ripetere il gesto, «un mattone sopra un altro mattone».

L’autorevolezza si guadagna ogni giorno

Far condurre al vice una parte dell’allenamento gli dà autorevolezza? Per Bongi l’autorevolezza si acquisisce ogni giorno facendo bene il proprio lavoro, ed è il capo allenatore che deve valorizzare il vice quotidianamente. Detesta il «oggi allena il vice» il sabato prima della partita contro l’ultima in classifica: destabilizza la squadra e mette in difficoltà il vice. Il vice, dal canto suo, deve sentire la responsabilità del ruolo e farsi sempre trovare pronto.

In chiusura ringrazia i suoi staff. La soddisfazione più grande è che due capi allenatori diversi abbiano vinto a Pistoia il premio di allenatore dell’anno in Serie A con lui come vice, e che glielo abbiano riconosciuto a quattr’occhi. Ma conserva un ricordo straordinario anche di una stagione chiusa con zero vittorie e 26 sconfitte: il lavoro fatto insieme, con passione, conta più del titolo.

I punti chiave

  • Il vice è un livello intermedio tra capo allenatore e squadra: toglie al capo la sovraesposizione.
  • Il suo valore si vede quando le cose vanno male, con un punto di vista che non lascia solo il capo allenatore.
  • Riunione prima e dopo ogni allenamento; gli errori del vice si correggono in privato, partendo dalle domande.
  • Quello che si chiede ai giocatori si dà allo staff, a partire da un buon rapporto con l’errore.
  • Posizione e voce: dietro le file, fuori dalle righe, interventi a flash quando l’esercizio riparte.
  • I giovani allenatori conoscano la prima squadra prima di entrarci: osservare è la capacità più importante.
  • L’autorevolezza del vice si costruisce ogni giorno, non con un allenamento concesso ogni tanto.

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