
In Da House · Puntata 2
Organizzare un settore giovanile di qualità, con Francesco Papi
Con Francesco Papi · la puntata dura 1:28:11
Seconda puntata di In Da House: dopo il racconto di un giocatore, si parla agli allenatori. Il tema è l’organizzazione di un settore giovanile di medio-alto livello, e l’ospite è Francesco Papi, responsabile del settore giovanile di Oxygen Bassano, una delle realtà giovanili di riferimento in Italia. A introdurlo sono Valerio e Richard Lelli, che lo ha invitato perché durante la quarantena anche lui ha aperto su Facebook uno spazio di incontri quotidiani per allenatori. Papi condivide lo schermo con una presentazione e la commenta.
Qualità non è livello
Il primo punto è nel titolo: troppo spesso si confondono livello e qualità. Molti pensano che un settore giovanile di qualità richieda risorse economiche infinite. Per Papi non è così: i soldi servono ma non sono indispensabili per fare un ottimo lavoro. Servono per avere più allenatori, più palestre, la sala pesi; ma si può cominciare a lavorare sulla qualità anche cento livelli sotto quello a cui si punta. «Le scuse distruggono tutti i progetti, la passione garantisce la crescita.»
Il secondo punto è prendersi cura del settore giovanile, senza secondi fini. Le famiglie affidano i loro figli al club, e ognuno, allenatori e non, deve sentirsi responsabile di tutto: se arrivo in ufficio e c’è da pulire per terra, prendo la scopa. Chi entra in un settore giovanile deve pensarci di continuo, anche a come disporre le sedie in panchina. Prima di un nome altisonante, Papi cercherebbe persone con il fuoco dentro.
L’organigramma
Papi descrive tre livelli. Quello base: presidente, segretario, responsabile tecnico, allenatori. Quello intermedio, che aggiunge il preparatore fisico, oggi una figura fondamentale: dà riscontri durante allenamenti e partite ed è un allenatore come gli altri, non quello che arriva a fare i pesi. Se dice che i ragazzi hanno dato abbastanza e domani c’è la partita, l’allenatore deve ascoltarlo. Il terzo livello aggiunge direttore sportivo e fisioterapista: più figure significa poter delegare, e ognuno, con meno cose da fare, le fa meglio.
Per ogni ruolo indica il profilo:
- il presidente sostiene il progetto, non deve per forza comandare tutto, perché spesso non ha competenze tecniche;
- il direttore sportivo deve essere un uomo di sport, con valori sani e un’idea dei sacrifici che servono, altrimenti con il responsabile tecnico si parlano due lingue diverse;
- il segretario regge tesseramenti, quote, certificati medici, i genitori che chiedono di pagare domani: serve dedizione;
- il responsabile tecnico deve essere il miglior allenatore possibile per il club, non quello che costa meno o che ha tempo dopo il lavoro, e il club deve affidargli davvero la programmazione, dandogli più di un anno per vedere i risultati sui giocatori;
- gli allenatori devono essere persone con passione e voglia di farsi formare, non necessariamente professionisti;
- il preparatore fisico deve essere specializzato nella pallacanestro.
L’allenatore che timbra il cartellino
«Un allenatore che timbra il cartellino non è un allenatore.» Chi butta giù l’allenamento cinque minuti prima, magari perché la squadra secondo lui è scarsa e non merita il suo tempo, sta abbassando la qualità per scelta sua. La provocazione di Papi: ritagliarsi mezz’ora la sera per preparare l’allenamento, le domande che i ragazzi potranno fare, gli errori e come correggerli. Poi studiare, confrontarsi e sperimentare, senza fossilizzarsi.
Sa che oggi pochi allenatori vivono di pallacanestro, e che spesso c’è solo un rimborso. Ma anche questa può diventare una scusa: un ottimo allenatore non è solo quello di Serie A, è una scelta. Scegliere se dopo cena guardare la televisione o sedersi al tavolo a pensare a come dividere il lavoro di domani.
Ribaltare la piramide
Nella testa di Papi, nel settore giovanile la piramide si ribalta: in cima ci sono gli Under 13, in fondo la prima squadra. Quando arriva una squadra Under 13, prima di tutto la si valuta: appoggio e reattività del piede, coordinazione, mobilità articolare, palleggio, passaggio, tiro e gioco senza palla, che serve a capire quanta coscienza ha il ragazzo di sé quando si muove in uno spazio con altri senza il pallone.
La valutazione serve a dividere il gruppo per necessità, tecniche o fisiche, mai in caste: se il più bravo e il più scarso devono lavorare entrambi sulla mano sinistra, lavorano insieme. A differenza della scuola, in palestra i gruppi si possono fare. Alla fine i dati diventano un grafico a radar, come quello dei videogiochi di calcio, che dice in un colpo d’occhio da dove cominciare il lavoro individuale.
Venti ore di individuali in un anno
La scusa più comune è «ho poco tempo». Papi fa il conto: un allenamento a settimana con 30 minuti di lavoro individuale, per dieci mesi, sono 40 sedute e 1200 minuti, cioè 20 ore di individuali per ragazzo all’anno. Sfida chiunque a dire che un Under 13 in Italia le fa. Ed è fattibile ovunque: con tre allenamenti, uno si dedica all’individuale; con due, uno. Bisogna scegliere se lavorare per il settore giovanile o per la domenica.
La settimana tipo che propone: lunedì attivazione fisica, lavoro a gruppi e parte giocata (2 contro 2, 3 contro 3); mercoledì un allenamento tutto individualizzato, con i gruppi di necessità che ruotano in campo mentre gli altri fanno attivazione o lavoro fisico fuori, e senza parte giocata; venerdì come lunedì. Chi non ha il preparatore deve informarsi, anche solo telefonando a un amico che lo è. Se a fine anno i ragazzi sono più bravi con la mano sinistra o a tenere la testa alta, attaccheranno l’uno contro uno meglio di qualsiasi schema.
Under 14 e Under 15: contatti, partenze, palleggio
In Under 14 Papi si concentra su passaggio e gestione dei contatti. Ci sono ragazzi che si divertono a schiantarsi e ragazzi che hanno paura. Urlargli di andare verso canestro consolida la paura, e si arriva in Under 18 con lunghi che in area non vanno. La sua strada è sviare l’attenzione: esercizi individuali in cui il ragazzo deve passare la palla a bersagli che valgono punti, con un compagno appoggiato al fianco, poi contro una fitball, in gara con gli altri. L’obiettivo dichiarato è il bersaglio, quello vero è prendere confidenza col contatto; la tecnica di come si tiene il contatto viene dopo.
In Under 15 valuta la lettura dello spazio sulle partenze (gli occhi subito avanti, anticipare), il contatto sul primo palleggio, con la scapola contro il difensore e la torsione delle spalle per non esporre la palla, e il tiro dal palleggio, compresi terzo tempo veloce, arresto di potenza e floater. Il tiro da tre solo per chi ha una dissociazione naturale, per non consolidare abitudini motorie sbagliate.
Sul palleggio le voci sono minuziose: niente palmo, chiusura del polso, il pre-posizionamento della mano che riceve nel cambio (dove la palla rimbalzerà, non larga), la dissociazione spalla-avambraccio, la rotazione del polso per spingere la palla in fuori, le spalle sciolte, la gestione del peso.
Scrivere tutto
Per organizzare il lavoro Papi usa macrocicli e microcicli, e insiste: bisogna scrivere. Il macrociclo di settembre-ottobre, le settimane, cosa si fa in ogni allenamento. A fine seduta, due righe: cosa non hanno capito, cosa forse ho spiegato male. Così si hanno dati oggettivi, invece di andare dietro alle emozioni, che quando le cose vanno male fanno sembrare la squadra la peggiore del mondo. Le valutazioni si ripetono durante l’anno, più spesso salendo d’età, fino a una valutazione mensile in Under 18: servono all’allenatore a capire se il suo metodo funziona, non a giudicare il ragazzo.
Dalle domande del pubblico: in età giovanile Papi lavora sulla tecnica, non sulla tattica. Se dei tredicenni si schiantano tra loro ma palleggiano benissimo, a spaziarsi lo insegnerà l’anno dopo; il problema è il contrario. Al minibasket chiede di non perdere tempo in chiacchiere e di curare le capacità coordinative. Sul tiro vorrebbe far usare agli Under 13 il pallone 6, perché il salto dal pallone piccolo a quello grande pesa sulle spalle, e chiede equilibrio: palla e corpo che salgono dritti insieme, anche se all’inizio tirano a due mani. Chi non ha tempo per tutte le squadre cominci da una: se c’è poco tempo, si lavora per quel poco tempo.
I punti chiave
- Qualità non è livello: i soldi servono, ma non sono indispensabili per lavorare bene.
- Il responsabile tecnico deve essere il miglior allenatore possibile, con la programmazione affidata davvero a lui e il tempo per lavorare.
- Nel settore giovanile la piramide si ribalta: si parte valutando gli Under 13 e dividendoli per necessità.
- Un allenamento individuale a settimana fa 20 ore all’anno per ragazzo: è una scelta, non una questione di mezzi.
- La paura del contatto si affronta sviando l’attenzione con il gioco, non urlando di andare a canestro.
- Programmazione per cicli, scritta, con due righe di note dopo ogni allenamento.
