Copertina del video: Puntata 21 - Francesco Rossi | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 21

Allenare divertendosi nel settore giovanile, con Francesco Rossi

Con Francesco Rossi · la puntata dura 1:17:41

Ventunesima puntata di In Da House, e un tema che sulla carta sembra leggero: il divertimento, parte fondamentale di qualsiasi gioco, che andando in palestra si rischia di dimenticare. L’ospite è Francesco Rossi, all’epoca della diretta responsabile del settore giovanile del College Borgomanero. Richard lo conosce dai tempi dell’Eurocamp e lo presenta così: tanta energia e passione in campo, ma anche la capacità di insegnare cose non scontate, a volte andando controcorrente. Rossi parla soprattutto delle prime annate del settore giovanile, Under 14, 15 e 16.

Perché divertirsi

Le ragioni sono tre. I ragazzi entrano in palestra per divertirsi. Un ambiente divertente è un ambiente positivo, e in un ambiente positivo i ragazzi vogliono tornare. E, terzo, Rossi è fatto così, ma soprattutto ha visto che questo approccio è più efficace per insegnare i fondamentali.

C’è anche un ragionamento più largo. La grande maggioranza dei ragazzi non diventerà giocatore di alto livello, e non per questo va trascurata: meglio sessanta in palestra che quattro fortissimi, perché da quei sessanta usciranno giocatori, allenatori, appassionati. La pallacanestro in Italia non è il calcio, e non si può permettere ambienti troppo selettivi o troppo duri. Ma l’allenatore questo atteggiamento lo deve incarnare per primo: servono persone vere, non professori in palestra.

Niente file, niente spiegazioni

Due regole rigide per i suoi allenatori: non si fanno file e non si fanno spiegazioni. Il conto è semplice: tre allenamenti da un’ora e mezza fanno quattro ore e mezza a settimana. Il tempo in fila, il tempo della spiegazione e i tempi morti sono tempo perso. Su un’ora e mezza, un’ora e un quarto il giocatore deve essere attivo, non a cento all’ora, ma mai fermo ad aspettare il turno. L’allenatore deve saper introdurre un gioco con poche parole e correggere con poche parole quando serve.

Fino all’Under 16 l’allenamento comincia sempre con un gioco o una partita. Il gioco però non è a caso: si sceglie in base all’obiettivo. Per lavorare sui passaggi, una partita di rugby a tocco in cui vale solo il passaggio. Oppure calcio con le porticine palleggiando, o pallamano verso canestri laterali. Quando c’è una gara tutti vogliono vincere, e il problema dell’attenzione sparisce. Anzi, l’attenzione non deve essere sull’allenatore ma sul gioco: se voglio giocatori attenti al gioco, devo essere io il primo attento al gioco, sapere il punteggio, viverlo con loro.

Meno regole, più gioco

Rossi ha un rapporto conflittuale con le regole di gioco, a partire dalle corsie: una regola mette dei binari e inibisce l’iniziativa. Parla, va precisato, delle regole del gioco: su educazione e rispetto è durissimo. Con poche regole i ragazzi imparano il 2 contro 1, il sovrannumero, gli spazi, senza un codice e senza un allenatore che spiega, solo giocando. All’allenatore basta qualche parola giusta al momento giusto.

L’esperienza di gioco che manca

Qui sta il punto per lui più importante. I ragazzi di oggi fanno pochissima esperienza di gioco autonomo: tutte attività organizzate, quasi niente cortile e oratorio. Arrivano in palestra, anche in Under 13, senza saper vincere, perdere, tenere il punteggio, e Rossi, che allena l’Under 13 da vent’anni, vede la situazione peggiorare. Se il gioco proposto è semplice e replicabile a casa, con amici e fratelli o da soli, le quattro ore e mezza possono diventare sei o sette.

Ricorda che la generazione italiana vincente, quella dell’Olimpiade 2004 nel basket e del Mondiale nel calcio, era nata negli anni Settanta, quando si viveva fuori. Per questo applicare alle prime annate progressioni didattiche studiate a tavolino, dall’1 contro 0 al 5 contro 5, per lui è un boomerang: i ragazzi devono dedurre la soluzione dal gioco, aiutati ma da soli. Le progressioni arrivano più avanti, per esempio in Under 18 su una collaborazione con il lungo, quando i ragazzi conoscono già gli spazi.

I fondamentali, al contrario

Sul passaggio, invece di partire dalle coppie o dal muro, Rossi parte da una gara: la prima squadra che fa sette passaggi in uno spazio stretto, con la difesa che anticipa. Il passaggio senza difesa non esiste. Solo dopo arriva il lavoro tecnico sul singolo passaggio, quando il giocatore sa a cosa gli serve. Il campanello d’allarme è semplice: se un allenamento annoia l’allenatore, figuriamoci i ragazzi.

Sul ball handling, in Under 13, trenta ragazzi con un pallone a testa, sempre in movimento, con giochi per rubarsi la palla o toccarsi con un dito mentre si palleggia. Inutile ripetere «testa alta»: basta un gioco in cui chi non alza la testa si scontra, o in cui per segnare devi usare la mano debole. Ai suoi allenatori ha diviso la lavagna in due, professori e clown: un esercizio coordinativo di moda si può sostituire con un 2 contro 2 a pallamano che allena la stessa cosa ed è divertente.

L’errore non è una colpa

Una regola rigidissima: se un passaggio per un compagno che taglia esce sul fondo, non è palla persa. Anche quattro, dieci, trenta di fila. Se l’allenatore si arrabbia o cambia il giocatore, la volta dopo quel passaggio non arriverà o arriverà titubante. Cercare la colpa, dice, è un pessimo esempio: i ragazzi se la passeranno l’uno con l’altro. Così si spengono anche i mormorii in tribuna e i ragazzi giocano sereni.

Non vuol dire che vincere o perdere sia uguale. Quasi tutti i giochi si fanno a punti, e voler vincere si insegna, insieme ad accettare quando l’altro è stato più bravo. Ma la vittoria non può essere la finalità: Rossi non sopporta l’allenatore di Under 13 che prende a calci la panchina, e preferirebbe vedere in Under 18 Eccellenza i ragazzi di due metri in campo invece che in panchina negli ultimi minuti per vincere.

Si chiede anche perché da anni nascano così pochi playmaker forti, e teme che con tanto rigore un Gianmarco Pozzecco oggi non nascerebbe più. Il talento, chi passa dietro la schiena o senza guardare, va spinto, non frenato.

Pulirsi dall’educazione ricevuta

Il pensiero che chiude la sua parte è che bisogna liberarsi dei metodi ricevuti da chi allenava le generazioni precedenti. Dieci anni fa propose un passaggio dietro la schiena e non c’era un ragazzo capace di farlo: se prima andava frenato il giocatore «selvaggio» del campetto, oggi va stimolato. Serve osservare i ragazzi che si hanno davanti. Lo ha imparato anche allenando in Congo, in Giappone e negli Stati Uniti.

Le domande

Alcuni spettatori difendono la progressione come strumento per i giovani allenatori. Rossi no: meglio un allenatore inesperto che fa giocare 3 contro 3 che uno che inibisce con una progressione. A un altro, che vede la verità nel mezzo, risponde che il problema non è la progressione ma il posto in cui la si mette: prima l’esperienza, poi l’esercizio tecnico estratto dal gioco. Così si genera un bisogno, e il giocatore chiede lui di imparare. Ma allora l’allenatore deve essere preparato a rispondere.

Sul minibasket non crede alla separazione dal basket: i bambini devono fare esperienza di gioco, con giochi semplici e una festa in palestra, non lezioni frontali. E un giocatore libero non ha problemi con i giochi codificati delle categorie senior: il difficile è riconoscere i vantaggi e premiarli con un passaggio.

I punti chiave

  • Il divertimento crea un ambiente positivo ed è il modo più efficace per insegnare i fondamentali.
  • Niente file, niente spiegazioni: un’ora e un quarto attiva su un’ora e mezza.
  • Ogni allenamento comincia con un gioco scelto in base all’obiettivo.
  • Se l’allenatore è attento al gioco, lo sono anche i giocatori.
  • Prima l’esperienza di gioco, poi il fondamentale e la progressione didattica.
  • Un passaggio sbagliato per provarci non è una colpa: chi sbaglia deve poter riprovare.

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