Copertina del video: Puntata 1 | Nicola Akele | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 1

Da Montebelluna alla Nazionale: la carriera di Nicola Akele

Con Nicola Akele · la puntata dura 1:08:24

Prima puntata di In Da House, lo spazio che Basketball Stars Camp ha aperto durante la quarantena per continuare a parlare di pallacanestro con la palestra chiusa. A condurre è Valerio, dopo il saluto di Richard Lelli e Simone Pierich. Il primo ospite è Nicola Akele, che con Pierich ha giocato a Roseto la stagione prima: un giocatore giovane, alla prima stagione in Serie A, che racconta il suo percorso dall’inizio, rispondendo anche alle domande arrivate in diretta su Facebook.

Allenarsi senza la palla

Akele è a casa, esce solo per la spesa e qualche corsa. Si allena tutti i giorni con gli attrezzi che la società ha lasciato prendere ai giocatori e con gli esercizi che manda il preparatore. Con i campionati fermi la vita dello sportivo cambia poco: bisogna allenarsi comunque, solo che manca la palla. Tenersi in forma quando non ci si allena con la squadra, come d’estate, è un vantaggio per quando si riparte.

Montebelluna e una famiglia di cestisti

Ha cominciato a sei anni, in prima elementare, a Montebelluna, dove è cresciuto. Doveva scegliere tra calcio e basket, li ha provati tutti e due e con il basket è stato amore a prima vista. La passione l’ha trasmessa in famiglia: un fratello gioca in Serie B a San Vendemiano, un altro a Montebelluna, la sorella più piccola ha appena cominciato e anche la sorella più grande ha giocato. Uno solo ha scelto il calcio, ed è un interista sfegatato.

Venezia: avanti e indietro, poi da solo

A 13 anni passa alla Reyer Venezia. Il primo anno fa avanti e indietro, poi va a vivere lì. È una società più blasonata, con campionati più importanti, e il passaggio è più facile perché il suo allenatore di Montebelluna, Massimo Cavalli, va alla Reyer con lui. Il ricordo meno bello è la prima acqua alta, presa senza essere preparato; poi si sono attrezzati con gli stivali. Quello bello è la sensazione di fare qualcosa che molti ragazzi non facevano, con il supporto della società.

Con il gruppo dei 1994-95-96 gioca molte finali nazionali giovanili, senza mai vincerle. Gli dispiace soprattutto per i compagni che poi non hanno continuato ad alto livello. Ma la sconfitta, dice, spingeva a lavorare di più: sapere quanta fatica era servita per arrivare in finale, e sentire il dolore di averla persa, era una motivazione in più per l’estate.

A 17 anni l’esordio in prima squadra al Taliercio, con la Reyer avanti di più di 20 contro Montegranaro: quando hanno chiamato il suo nome è stato «come se non sentissi il peso del corpo». Era la conferma che poteva diventare un giocatore.

Gli Stati Uniti: Florida e Rhode Island

Prima del college fa un anno in un’accademia in Florida, perché non aveva ancora finito il liceo. È un anno di passaggio: corsi di inglese per ragazzi stranieri, aiuto per i voti e la burocrazia, e partite contro squadre importanti che gli danno visibilità con le università. Sceglie Rhode Island.

L’esperienza è positiva prima di tutto come vita: vivere da solo in un altro continente, con abitudini e culture diverse, apre altri orizzonti. Si laurea in kinesiologia, cioè scienze motorie, e ammette che in Italia probabilmente non si sarebbe laureato. In campo, due anni su tre la squadra va al torneo NCAA e vince anche la prima partita, restando in classifica per settimane. Il giocatore più forte che ha marcato è DeAndre’ Bembry, che all’epoca della diretta giocava agli Atlanta Hawks; tra gli avversari cita anche Trae Young, Marvin Bagley e Grayson Allen.

Al draft NBA ci ha pensato, come tutti al college, ma solo l’uno per cento ci arriva e ha capito che non era il suo futuro. Il terzo anno gioca meno, l’allenatore cambia, vanno via molti assistenti: non si sente più a suo agio e decide di non fare il quarto anno.

A scuola, racconta rispondendo a una domanda, non era bravo: è stato bocciato in prima superiore, il primo anno da solo, con una scuola troppo impegnativa e i doppi allenamenti con più squadre. Poi ha cambiato scuola e non è più stato rimandato. Anche dalla bocciatura, dice, si impara.

Roseto e il «facciamolo»

Torna in Italia a Roseto, nel progetto con la Stella Azzurra. Agli occhi di altri poteva sembrare una scelta dubbia, ma l’allenatore lo ha chiamato, gli ha spiegato il progetto e cosa pensava di lui, e questo gli ha dato fiducia: più alto il rischio, più alto il premio. Il gruppo era giovane e unito, quasi tutti esordienti in quel campionato. Partenza faticosa, poi una crescita fino ai play-off, persi alla bella contro Treviglio. Il voto che dà alla stagione è quasi dieci. La sua miglior partita è di quell’anno: 34 punti in casa.

Il suo «facciamolo, facciamolo» non ha un significato preciso: è automotivazione, andiamo a giocare, andiamo ad allenarci. A forza di ripeterlo è diventato il suo marchio di fabbrica.

Cremona e la fiducia di Meo Sacchetti

Dopo Roseto arrivano le chiamate dalla Serie A, che era il suo obiettivo. Sceglie Cremona soprattutto per Meo Sacchetti, allenatore anche della Nazionale. L’inizio non va come sperava, non riesce a entrare nei meccanismi; poi, con i cambiamenti di assetto, cresce la fiducia e la squadra risale fino al quinto posto. Parla di un ambiente familiare, con un presidente che si fa sentire e con cui si parla in confidenza.

Sacchetti è un allenatore di poche parole che dà tanta fiducia: se sei libero tira, se hai una linea di penetrazione vai, anche se sbagli. Vuole vedere intraprendenza, lo dice una volta e poi lascia fare. Così i giocatori finiscono per fare cose che non pensavano di saper fare, e a forza di canestri si convincono. E non guarda la carta d’identità: guarda quello che dai adesso.

La prima convocazione con la Nazionale maggiore arriva proprio con lui, dopo la sperimentale dell’anno prima. Le due partite finiscono con due vittorie: una in casa a Napoli, condotta quasi dall’inizio, e una in Estonia, rimontando da 14-15 punti sotto, con una squadra di quasi soli esordienti. Il compagno con cui lega di più è il compagno di stanza, Bortolani. La partita peggiore della sua carriera, invece, è stata la prima ufficiale con Cremona, la semifinale di Supercoppa contro Sassari: «mi sentivo un pesce fuor d’acqua».

Il lavoro di tutti i giorni

Su cosa vuole migliorare non ha dubbi: il ball handling, guardando un compagno lungo che batte gli avversari col palleggio. Il consiglio per i ragazzi a casa non è un esercizio, perché quello lo sanno meglio gli allenatori, ma un atteggiamento: lavorare tutti i giorni, anche poco, invece di ammazzarsi un giorno e riposare due. È questo che separa chi vuole migliorare da chi lo dice. E il momento in cui sei stanco e pensi di non farcela più è proprio quello in cui devi dare di più.

Da ragazzo giocava molto al campetto con i fratelli, ma è stato Massimo Cavalli il primo a fargli capire che poteva diventare un giocatore e a spingerlo sugli allenamenti individuali sui fondamentali. Negli Stati Uniti le regole limitavano le ore in campo d’estate, così si lavorava molto da soli e in sala pesi; quell’abitudine se l’è portata dietro. Oggi a spingerlo in palestra quando è stanco c’è Giuseppe Mangone, annunciato come ospite di una puntata successiva.

A chi vuole fare il giocatore chiede prima di tutto se ne è sicuro, perché servono sacrifici e scelte: a volte andare ad allenarsi invece di uscire con gli amici. Se gli altri ti prendono per pazzo perché lavori troppo, forse è il segnale che ti stai separando da loro.

I punti chiave

  • A 13 anni alla Reyer Venezia, con l’allenatore di Montebelluna che lo segue: le finali giovanili perse sono state una spinta a lavorare di più.
  • Negli Stati Uniti una crescita di vita oltre che di campo, con la laurea in scienze motorie.
  • Roseto era una scelta rischiosa: più alto il rischio, più alto il premio.
  • Meo Sacchetti dà fiducia e chiede intraprendenza: se sei libero tira, se c’è spazio vai.
  • Migliorare vuol dire lavorare un po’ ogni giorno, non ammazzarsi un giorno e riposare due.
  • Chi vuole arrivare deve accettare sacrifici e scelte, anche quando gli altri lo prendono per pazzo.

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