Copertina del video: Puntata 23 - Gennaro Di Carlo | Basketball Stars Camp - IN DA HOUSE

In Da House · Puntata 23

Costruire una difesa individuale: aiuti, rotazioni e close out, con Gennaro Di Carlo

Con Gennaro Di Carlo · la puntata dura 1:25:29

Ventitreesima puntata di In Da House, e come fa notare Richard in apertura, in ventidue appuntamenti si era parlato di attacco, fondamentali, preparazione fisica e psicologia, ma mai di difesa. L’ospite è Gennaro Di Carlo, che porta una lezione con slide e video sulla costruzione di una difesa individuale, frutto soprattutto dell’esperienza da capo allenatore a Capo d’Orlando. Lo aiuta Andrea, suo vice allenatore a Piacenza, che fa scorrere le immagini: con l’interruzione dei campionati il materiale di Di Carlo era rimasto a Montegranaro. Il punto di partenza è una frase nota: l’attacco vende i biglietti, la difesa vince le partite.

La difesa è una delle due fasi del gioco

Da ragazzino, ricorda Di Carlo, la difesa arrivava come punizione: squadra distratta, e allora difesa a specchio. Così diventa una cosa noiosa. Se invece la si considera una delle due fasi del gioco, diventa divertente e allena carattere, determinazione e aggressività. E in difesa si impara a leggere l’attacco: ogni scelta difensiva fa capire cosa si toglie e cosa si concede.

Le squadre che vincono titoli e coppe hanno quasi sempre un imprinting difensivo spiccato, e in difesa nasce anche un tipo di leader che non segna 30 punti. L’esempio è a Sant’Antimo, in A2: Folarin Campbell non aveva il talento offensivo di Troy Bell, ma era il leader difensivo della squadra, e senza di lui, dice Di Carlo, quella salvezza non sarebbe arrivata.

Gli obiettivi: tutti e cinque responsabili

Il primo obiettivo è responsabilizzare tutti e cinque i giocatori, con un principio preso da grandi allenatori: aiutare chi aiuta. Se il difensore della palla viene battuto qualcuno lo aiuta, e chi aiuta deve a sua volta essere coperto. Gli è capitato di avere squadre che fuori dal campo non uscivano nemmeno a cena insieme: conta che in campo, attraverso obiettivi, principi e regole, giochino insieme.

Poi la comprensione del gioco: quanti secondi mancano, in che quarto siamo, se conviene rischiare o no. E la tecnica individuale è sempre situazionale: non si può insegnare ad anticipare senza far capire quando e perché.

La logica: tiri forzati

Tutto il sistema parte da una logica: costringere l’attacco a tiri forzati. Questo significa due cose. Niente layup, intendendo ogni tiro facile entro due metri dal canestro: forse un obiettivo impossibile, ma è la direzione da dare alla squadra. E niente tiri aperti dal perimetro: anche chi pensa di essere in ritardo deve muoversi e mettere pressione.

La prima priorità è chiudere l’area: la palla non deve mai avere linee di penetrazione dritte verso canestro. Per questo il difensore senza palla sta in posizione di guardia aperta (open stance), già pronto ad aiutare. Dopo l’aiuto ci saranno recuperi sul perimetro (close out) o rotazioni, e infine tagliafuori e palle recuperate.

I prerequisiti: parlare, essere pronti, leggere

Servono alcuni strumenti. La comunicazione: chi difende sulla palla non vede cosa succede dietro, e parlare «mette gli occhi dietro la testa» ai compagni. La prontezza, che Di Carlo preferisce alla vecchia «posizione fondamentale»: pronti a scivolare, correre, buttarsi per terra, a partire dal momento in cui si perde la palla, perché la transizione difensiva è un passaggio chiave. Poi spazio e tempo, che governano il gioco più di qualsiasi regola, e le letture.

Sulle letture racconta un episodio. Da vice di Giulio Griccioli a Capo d’Orlando, prima di una partita con Varese, propose a Gianluca Basile di marcare il tiratore Rautins, e Basile si mise a ridere. In partita Di Carlo lo vide fare finte mentre inseguiva l’avversario sui blocchi: Rautins non poteva mai sapere se lui avrebbe inseguito o tagliato. Capo d’Orlando vinse, e Basile gli spiegò che faceva lo stesso anche sul pick and roll. La difesa, conclude, non è solo atteggiamento: è comprensione del gioco.

Un sistema operativo

Il metodo di lavoro lo chiama sistema operativo: si parte dal gioco, lo si analizza in collaborazioni a 2, 3 o 4, in situazioni di sovrannumero e sottonumero, fino all’uno contro uno con obiettivi individuali, e poi si torna al gioco come verifica. Così, sia con i professionisti sia nel settore giovanile, nasce l’esigenza di allenare il gesto tecnico, e i giocatori diventano quasi automotivati.

Primo, secondo e terzo aiuto

Il sistema vale contro attacchi con quattro esterni e un interno o con tre e due.

  • Primo aiuto (stunt): nella penetrazione sul fondo lo porta il difensore dell’angolo, già in posizione, sul primo palleggio di penetrazione e di solito sul perimetro. Con la mano bassa sul palleggio e quella alta, perché se la palla esce deve uscire lenta, battuta a terra o scavalcando.
  • Secondo aiuto: il lungo ferma la palla sul secondo palleggio, ai limiti dell’area. Non basta mettere il corpo: bisogna insegnare ai lunghi a usare le braccia, che fanno spessore, una mano sulla palla e l’altra sul passaggio, per creare deflection, i piccoli tocchi che rallentano i passaggi.
  • Terzo aiuto: la rotazione. Nello stesso momento in cui il lungo esce, un compagno è già davanti al pivot per negare la ricezione interna. Arrivare un attimo dopo significa canestro o fallo.

Quando la palla esce, il close out si fa con la palla in volo: passi accorciati, mano alta, pronti a uno o due scivolamenti. Se la palla va dall’altra parte si ruota «a X», chiudendo il centro, perché la linea di fondo è il sesto difensore. Poi il riposizionamento, perché l’attacco non si ferma alla prima opzione. Nei video Di Carlo mostra anche gli errori, come saltare sulla finta di tiro quando si arriva in ritardo, e i cambi d’emergenza a due o a tre per non lasciare la palla in area.

Lo stesso schema serve per decidere come difendere il pick and roll: a Capo d’Orlando, con una trama così chiara, preparare le partite di Coppa era più facile, bastava scegliere le opzioni.

Aiuti e responsabilità individuale

Alla domanda su come un sistema di tanti aiuti si concili con la responsabilità del singolo, Di Carlo risponde che sapere come ci si è organizzati dietro rende il difensore più solido nel suo uno contro uno, e che le difese che generano troppi aiuti sono forse le più vulnerabili. Quel sistema era nato dai giocatori a disposizione: esterni di grande qualità ma senza grandi movimenti laterali. Gli aiuti già orientati permettevano a chi era sulla palla di essere aggressivo. Con un centro più atletico, le scelte sarebbero state diverse.

Nel settore giovanile, aggiunge, la strada è persino più facile: il tetto lo costruisce l’allenatore, mattoncino per mattoncino, purché abbia chiaro cosa vuole.

A uno spettatore che amava il 3 contro 2 risponde che le situazioni di sottonumero allenano spesso più l’attacco, ma in difesa stimolano le finte e la capacità di anticipazione.

In chiusura Di Carlo ammette un briciolo di orgoglio: rivedere quelle clip rincuora un allenatore, soprattutto dopo sei sconfitte di fila. Andrea racconta di aver imparato tantissimo in sei mesi di lavoro insieme.

I punti chiave

  • La difesa è una delle due fasi del gioco, non una punizione: insegna anche a leggere l’attacco.
  • La logica è costringere a tiri forzati: niente layup, niente tiri aperti dal perimetro.
  • Aiutare chi aiuta: primo aiuto sul primo palleggio, secondo aiuto del lungo sul secondo, terzo aiuto davanti al pivot.
  • Il close out si fa con la palla in volo, e non si salta mai sulla finta di tiro.
  • Comunicazione, prontezza, spazio e tempo e letture: anche in difesa si fanno le finte.
  • Si parte dal gioco, lo si analizza e si torna al gioco come verifica; il sistema si cuce sui giocatori che si hanno.

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