
In Da House · Puntata 13
Allenare negli Stati Uniti, dalle high school al college: Alessandro Petrini
Con Alessandro Petrini · la puntata dura 1:35:36
Tredicesima puntata di In Da House, nella primavera del 2020, e seconda tappa americana dopo Matteo Boniciolli. Con Valerio e Richard l’ospite è Alessandro Petrini, allenatore italiano che all’epoca della diretta lavorava a New York e collaborava con Gabriele Grazzini nell’organizzazione di camp per ragazzi italiani negli Stati Uniti. Il tema è la pallacanestro d’oltreoceano vista dal basso: scuole, college, percorsi, e cosa cambia rispetto all’Italia.
Il suo percorso
Petrini è arrivato negli Stati Uniti per amore: la moglie è una ricercatrice, che all’epoca lavorava alla Columbia University. In tre anni ha fatto un po’ di tutto. Prima una high school pubblica maschile a Brooklyn, poi una scuola cattolica privata femminile, che ha vinto la sua conference di division B nel campionato della diocesi di Brooklyn e Queens. Poi, con lo stesso capo allenatore, il salto in un piccolo college di Long Island, nato come scuola di musica, in una delle tante leghe minori universitarie. Il college puntava a entrare nella Division III nel giro di due stagioni.
Lì è assistente, insieme a un altro italiano, Marcello Di Russo, pescarese, arrivato anche lui a New York per amore. Al capo allenatore spettano la gestione delle giocatrici e la preparazione fisica, ai due italiani la parte tecnica e tattica, con carta bianca. E il ruolo tipico dell’assistente negli Stati Uniti è lo scouting: andare a vedere partite su partite.
Lo scouting non si ferma mai
D’estate, da aprile ad agosto, i ragazzi giocano nei club dei circuiti estivi, con tornei locali, statali o nazionali pensati apposta per gli scout. D’inverno gli allenatori dei club vanno a vedere le partite delle scuole. Così si osservano giocatori tutto l’anno.
Quando trova una giocatrice interessante, la prima domanda di Petrini riguarda lo studio: se vuole fare medicina o ingegneria, nel suo college non può venire. La seconda riguarda i voti, perché le borse per meriti sportivi esistono solo nelle divisioni più alte, e sotto si va avanti con i meriti scolastici. Nella Ivy League, le università più prestigiose, non ci sono borse sportive: cita Gabriele Stefanini, che alla Columbia ci sta per i suoi meriti scolastici.
Competere fin da piccoli
La prima differenza con l’Italia è che la scuola è al centro della vita di un ragazzo, e con la scuola la selezione e la competizione, fin dal primo anno. In certe zone lo sport è l’unica via d’uscita dalla povertà: durante il lockdown, racconta, a New York si sono dovuti raccogliere fondi per dare ai ragazzi il pasto che di solito avevano a scuola.
Al posto del minibasket, i bambini giocano subito con canestri e palloni grandi, e devono risolvere problemi da soli. Nelle summer league di Brooklyn ragazzini di otto anni fanno già pressing a tutto campo. Il risultato, dice, è che a livello medio tutti sanno fare canestro più del ragazzo medio italiano. Il rovescio è che il gioco resta molto individuale: al college Petrini si trova giocatrici forti nell’uno contro uno ma con grandi difetti senza palla, in attacco e in difesa. Per questo ogni allenamento comincia con quindici minuti di tecnica di tiro a secco, poi equilibrio, partenze e arresti, e tanto lavoro sul gioco senza palla e sulle uscite difensive.
Un’altra differenza: i ragazzi cambiano sport con le stagioni. I suoi giocatori migliori in high school erano quelli che in autunno avevano fatto football americano o calcio, con più disciplina di squadra e più capacità motorie. Nel periodo degli sport autunnali l’allenatore di pallacanestro può fare solo tecnica individuale, niente oltre il 3 contro 3, con controlli a sorpresa della lega. La stagione va da novembre a metà febbraio.
Pubblica o privata, due mondi
In una scuola pubblica, racconta, la capacità di attenzione dei ragazzi era di pochi secondi, abituati come sono a giocare per conto loro. Nella privata invece c’erano più ascolto e più disponibilità, e si poteva lavorare anche sulle collaborazioni.
Petrini ricorda la Lincoln High School di Coney Island, la scuola del film di Spike Lee, da cui sono usciti tra gli altri Stephon Marbury e Sebastian Telfair: palestra piena, sponsor tecnici, biglietto a pagamento, cheerleader. E la sua prima partita ufficiale, il giorno del Ringraziamento del 2017, nella scuola dove era andato Chris Mullin, con l’inno nazionale e centinaia di persone sugli spalti.
I voti decidono chi gioca
Una cosa che Petrini apprezza molto è l’eleggibilità. Ogni lunedì mattina il direttore atletico manda l’elenco di chi può allenarsi e giocare, chi può solo allenarsi e chi non può nemmeno entrare in palestra, in base ai voti. Nella scuola pubblica, dice, partivano in 16 e finivano in 7. In Italia erano le mamme a chiedergli di non convocare il figlio se andava male a scuola; negli Stati Uniti la regola è dell’istituzione, non dell’allenatore.
Selezione e borse di studio
Negli Stati Uniti un giocatore resta sempre nella sua fascia d’età e deve fare la differenza lì. Non c’è il cartellino, si può cambiare scuola ogni anno, e l’obiettivo è sempre vincere. Il prezzo è che chi resta indietro smette. Al clinic di inizio anno, racconta, il dato che danno agli allenatori è che il 93 per cento dei ragazzi di high school smetterà, solo il 7 per cento sarà studente atleta all’università, e tra questi circa l’1,2 per cento diventerà professionista.
Le borse sportive valgono molto, perché l’università costa: nel suo college circa 17.000 dollari di retta, più altri 16.000 per vitto e alloggio. Chi non ha una borsa spesso si indebita. Per Petrini l’Italia garantisce il diritto allo studio, mentre in America l’università è per pochi ma ha mezzi enormi.
Allenare là, e i genitori
Negli Stati Uniti non c’è una federazione che abiliti gli allenatori: decide chi ti assume, e la selezione la fa il mercato. Ma per guidare una scuola pubblica bisogna essere insegnanti. Per un europeo il problema vero è il visto: serve un datore di lavoro che lo sponsorizzi, e sotto i 25-30.000 dollari l’anno è difficile vivere. Il suo consiglio è passare dall’università, con un corso di studi e un posto nello staff.
Con le famiglie dipende. Nella scuola pubblica molti genitori quasi non si vedevano. Nella privata erano presenti, a volte costruttivi, a volte allenatori dalla tribuna, fino a provare a entrare negli spogliatoi. E l’allenatore fa tutto da solo, senza il dirigente che in Italia gli preparava palloni e referto.
I punti chiave
- Negli Stati Uniti la scuola è al centro, e con lei la competizione fin da bambini.
- Tutti sanno fare canestro, ma al college manca il gioco senza palla.
- L’eleggibilità lega i voti al campo: decide la scuola, non l’allenatore.
- La selezione è durissima: il 93 per cento dei ragazzi di high school smette.
- Per allenare là non c’è federazione, ma serve un visto: la strada più praticabile è l’università.
- Ogni sport ha la sua stagione, e i ragazzi ne fanno più di uno.
