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In Da House · Puntata 6

Dall'Argentina a capitano di Trento, la carriera di Toto Forray

Con Toto Forray · la puntata dura 1:04:21

Sesta puntata di In Da House, in diretta il lunedì di Pasquetta. Niente gita per via delle restrizioni, ma un viaggio lo stesso: dall’Argentina all’Italia, passando per Messina, Padova, Jesolo, Forlì e Trento. È il percorso di Toto Forray, capitano di Trento. Tra i padroni di casa c’è Simone Pierich, che ricorda la raccolta fondi per la Croce Rossa, prima di passare la linea a Valerio per presentare l’ospite.

Le giovanili a Buenos Aires

Forray ha cominciato a quattro o cinque anni, seguendo i fratelli più grandi nel club dove giocavano, il Banco Provincia, l’unica società in cui ha giocato in Argentina. A Buenos Aires, città di 12-13 milioni di abitanti, il settore giovanile era diviso in sei o sette livelli, con centinaia di società e gironi da 12-14 squadre: le prime salivano, le ultime scendevano. Si giocava tutto il sabato, una categoria dopo l’altra, Under 14, 16, 18 e 21, e da quando aveva 14 anni Forray giocava sia con la sua squadra sia con quella più grande. Il suo club partiva sempre dal livello più alto, e la rivale era il Boca, che reclutava a livello nazionale e aveva in squadra ragazzi già in nazionale.

La differenza con l’Italia, dice, è che qui nel settore giovanile si gioca una partita a settimana. Lì si giocava tantissimo.

Nessuno ti regala niente

Alla domanda sulla creatività dei giocatori argentini, Forray risponde con un modo di vivere la pallacanestro: «da noi nessuno ti regala niente». I fratelli, più grandi di lui di cinque e otto anni, finché hanno giocato con lui non lo hanno mai fatto vincere: il più grande, quando lui ne aveva otto, lo portava in post basso e lo buttava a terra. Se tanti ragazzi crescono così, quelli che arrivano si portano dietro l’abitudine di sudarsi la vittoria.

Anche la generazione d’oro della nazionale, per lui, è il risultato di un lavoro di anni. Ricorda un torneo panamericano giocato in Argentina a metà degli anni Novanta, che diede alle generazioni successive la convinzione di potercela fare.

L’arrivo in Italia

Forray arriva nel 2003 a Messina, in Serie A, a novembre, con altri ragazzi argentini. La situazione economica della società era catastrofica, ma loro si allenavano con la prima squadra: con l’arrivo di Matteo Boniciolli arrivò una serie di sei o sette vittorie di fila, poi anche lui se ne andò. Una regola di allora imponeva ai giocatori non formati in Italia due anni di settore giovanile prima di poter giocare in C1 o in B, e così il secondo anno lo fece a Padova, tra Under 20 e C2. Anche uno dei fratelli venne a giocare in Italia, in Puglia.

Il passaggio non fu difficile: le culture si somigliano, la lingua l’ha imparata in fretta e, dice, è uno ottimista di natura che si concentra sugli aspetti positivi.

Jesolo, Forlì e la mano rotta

A Jesolo San Donà trova un allenatore che lo aiuta tantissimo e un gruppo di amici che sente ancora: in tre anni arrivano due promozioni e una Coppa Italia di B2, in un campionato molto forte tra Veneto, Romagna e Marche. Il ricordo più bello di quegli anni non sono le vittorie ma le persone. Dai compagni che arrivavano dalla Serie A ha imparato l’etica del lavoro: si allenavano sempre al massimo.

Poi Forlì, società con una storia importante e tanta voglia di salire. Il secondo anno, con una squadra giovane, si arriva alla finale. In gara 2 della prima serie contro Barcellona si rompe il terzo metacarpo della mano sinistra, dopo che l’anno prima, nei quarti contro Casalpusterlengo, si era rotto la destra. I medici gli dicono che con il tutore la frattura non può peggiorare, e lui ci prova già nella serie con Barcellona, poi gioca tutta la finale contro la Fortitudo, persa a gara 5. «Non mi sento un eroe»: in una finale, con palazzetti pieni di 6-7 mila persone, pochi non ci avrebbero provato.

L’anno dopo, in A2, il recupero della mano si allunga, la squadra cambia cinque o sei giocatori a metà stagione e Forray finisce fuori squadra. Di quella stagione gli restano comunque buone sensazioni: è un giocatore che dipende molto dai compagni, e quando la palla si muove si sente molto più libero.

Trento, una crescita costante

A Trento trova fin da subito una società con progetti seri e idee chiarissime, che lo ha sempre fatto sentire importante, lui e ogni giocatore arrivato negli anni. Arrivano due promozioni, la finale scudetto, le coppe europee. Il segreto, per lui, sono serenità, fiducia e margini che permettono prima o poi di venire fuori dai momenti difficili. Con coach Buscaglia, in panchina dalla B alla Serie A, sapevano cosa volevano l’uno dall’altro, e attorno a un nucleo di giocatori adatti alla sua idea è stata costruita la squadra.

Tra i ricordi mette la finale scudetto, la vittoria contro Milano nei quarti di Eurocup e la promozione in Legadue. Da capitano dice che si comporterebbe esattamente allo stesso modo anche senza la fascia: dà l’esempio con i fatti più che con le parole. A Forlì torna spesso, perché la moglie è di lì, ma a Trento sta benissimo e ha ancora un anno di contratto.

Gara o adattamento?

Una domanda dal pubblico gli chiede se nella sua carriera abbia contato di più la gara o lo spirito di adattamento. Tutte e due, risponde, ma per un giocatore con le sue caratteristiche l’adattamento è stato fondamentale: senza, non sarebbe arrivato a quei livelli.

A un ragazzo che sogna l’alto livello consiglia di non arrendersi, di continuare ad allenarsi e a capire cosa può migliorare. Serve anche fortuna, trovare gli allenatori giusti al momento giusto, ma bisogna cercare di essere sempre la versione migliore di se stessi.

Sui tiri in equilibrio precario visti negli highlights, quelli su un piede, ammette che non li allena tanto nelle sedute di tiro, dove è difficile ricreare la velocità della partita: li prova piuttosto nelle partitelle d’allenamento. Sono istinto e sensibilità.

L’Europa e le finali

Le coppe europee cambiano soprattutto i viaggi: partendo da Trento, tra pullman, aerei e scali, l’allenamento all’arrivo serve solo a sciogliere le gambe. Abituato a lavorare tutta la settimana per una partita, il primo anno è stato duro: con due partite a settimana non c’è tempo di allenare i propri difetti, e quando arrivava una settimana piena i miglioramenti erano molto più grandi. Il livello è altissimo: il basket italiano è molto fisico, quello turco fisico e tecnico, quello spagnolo molto più tecnico, con squadre che giocano in dieci o undici, tutti con idee chiare.

Il giocatore che lo ha impressionato di più è Teodosic, che gli è sembrato di due categorie superiori, «con la testa sempre due secondi avanti». Nelle finali la pressione c’è, ma Forray le vive al massimo della concentrazione: dorme tranquillo la notte prima, fatica la notte dopo, e quando la partita comincia esiste solo quello che succede in campo.

I punti chiave

  • A Buenos Aires si giocava tutto il sabato, anche due partite: giocare tanto forma il giocatore.
  • «Nessuno ti regala niente»: la competitività nasce dal doversi sudare ogni vittoria.
  • Dalla C2 alla Serie A con l’adattamento, che per un giocatore come lui conta più di tutto.
  • Una società seria che dà fiducia e margini fa rendere le squadre oltre le aspettative.
  • Il capitano dà l’esempio con i fatti più che con le parole.
  • Con le coppe manca il tempo per allenare i difetti: le settimane piene valgono doppio.
  • Nelle finali, massima concentrazione: in campo esiste solo la partita.

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