Copertina del video: La programmazione per una squadra U13/14 - Roberto Rocca - Basketball Stars Camp IN DA HOUSE

In Da House · Speciale programmazione

Programmare la stagione di una squadra Under 13 e Under 14, con Roberto Rocca

Con Roberto Rocca · la puntata dura 1:56:17

Ultimo dei quattro appuntamenti estivi di In Da House dedicati alla programmazione. Dopo la pallacanestro senior e le annate più alte del settore giovanile, si scende alle prime fasce: Under 13 e Under 14, gli anni in cui si dà la vera impronta a un gruppo appena uscito dal minibasket. L’ospite è Roberto Rocca, di San Lazzaro, in provincia di Bologna, quasi quarant’anni da allenatore, oggi concentrato proprio su queste età e formatore nazionale degli allenatori. Il suo invito di partenza: sono i primi due anni su otto o nove di settore giovanile, quindi calma e pazienza, e lavorare bene sulle poche cose che si sceglie di fare.

Programmare per sottrazione

Per Rocca programmare costa fatica, perché obbliga a fare delle scelte. E nelle prime fasce di età le scelte si fanno per sottrazione: è più facile programmare un’annata vicina ai senior, dove si propongono tante cose, che decidere quali poche cose contano davvero a 12 anni e quale viene prima.

Una programmazione scritta, condivisa con i collaboratori e presentata alla società, dà anche stabilità: quando un ragazzo sembra fermo, quando i risultati non arrivano o un’altra squadra fa scelte che nell’immediato sembrano più efficaci, è quello che impedisce di farsi piegare dai «venticelli».

Prima della squadra, la società

La società viene prima dell’allenatore, dell’atleta e della famiglia. Deve garantire un percorso lineare, attraverso un responsabile tecnico o un direttore tecnico competente, e il dialogo tra chi ha allenato i ragazzi prima e chi li allenerà dopo. Un nuovo allenatore nel settore giovanile non arriva e cancella tutto: porta avanti il lavoro, magari con un linguaggio comune già stabilito.

Rocca insiste anche sul fatto che passare per allenatori diversi sia una ricchezza per i ragazzi, e sulla lunghezza dello sguardo: chi allena l’Under 13 deve sapere cosa si fa nell’Under 18, e viceversa. Il fine non è solo sfornare un campione ogni cinque o sei anni, ma appassionati competenti che un giorno diventeranno allenatori, dirigenti, o porteranno i loro figli in palestra.

Da dove si parte

Gli elementi da considerare: gli obiettivi della società (dalla parrocchia che vuole tenere i ragazzi lontani dalla strada al club professionistico che seleziona per la foresteria), il contesto (in una città dove il basket è lo sport principale è diverso che altrove), l’osservazione del gruppo reale, gli spazi, il materiale e lo staff.

Ma palestra, attrezzi e staff non devono diventare un alibi. Se gli spazi mancano si cerca il campetto all’aperto o si fanno arrivare i ragazzi dieci minuti prima; se manca il materiale si inventa; se si è soli in palestra si faranno più correzioni globali e meno analitiche, ma gli obiettivi restano gli stessi. E durante l’anno si cerca un assistente: un ex giocatore, un genitore che si comporta bene.

Sugli allenamenti, la sua indicazione: quattro a settimana nell’Under 14 Elite, possibilmente un paio da due ore, con il preparatore fisico il più presente possibile; tre per l’Under 13. Due sono il minimo. Il doppio campionato ha senso se il gruppo è numeroso, perché a questa età l’obiettivo non è selezionare: si tengono 15, 16, anche 18 ragazzi, non 12.

Abitudini, tornei e famiglie

Nella programmazione vanno scritte anche le abitudini, e poi mantenute dal primo all’ultimo giorno: arrivare dieci minuti prima, scarpe allacciate, la maglia della società, la preattivazione fuori dal campo in silenzio (lui usa molto la funicella). Nel prepartita, venti minuti di attivazione che sono un prolungamento dell’allenamento. E se si crede che chi esce dal campo debba ricevere il cinque dai compagni, lo si pretende per tutta la partita, non solo nel primo quarto.

I tornei sono un’esperienza di vita: in un torneo Rocca fa giocare tutti, perché far viaggiare un ragazzo tre giorni per sei minuti in campo è dirgli davanti ai compagni che non vale niente. Se invece una squadra agonistica porta giocatori in prestito, va bene, purché sia dichiarato alle famiglie e deciso dalla società.

Per gli allenamenti individuali serve un criterio di società: a questa età lui sceglierebbe i ragazzi più alti e quelli più indietro fisicamente, con un lavoro sulle capacità coordinative più che tecnico. Tra le attività integrative cita due esperienze della sua società: i ragazzi che arbitrano le partite del minibasket, anche quelle difficili, e un’annata che gioca con regolarità insieme a ragazzi con disabilità mentale.

Con le famiglie: il ragazzo al centro, rispetto dei ruoli, e comunicazione tempestiva (la data del torneo di Natale si dà a ottobre). Poi il reclutamento, che oggi si fa troppo poco: chi parte in 14 dovrebbe finire l’anno in 15.

Insegnare a capire il gioco

Il linguaggio deve essere comune a tutta la società e aiutare a comprendere il gioco: parole ampie come spazio, tempo, autonomia, collaborazione, e insieme i termini tecnici veri, chiedendo ai ragazzi come si chiama un passaggio o un taglio. Bisogna insegnare loro a osservare il gioco, chiedendo perché un compagno ha fatto una cosa invece di dire «si fa così». E va insegnato anche il regolamento, perché l’evoluzione tecnica è figlia del regolamento.

Al centro, l’uno contro uno

Sulla tecnica Rocca è netto: al centro di tutto c’è l’uno contro uno, con e senza palla, in attacco e in difesa. Tecnica il meno possibile a secco, con un carico cognitivo alto e stimoli visivi anche nell’uno contro zero. Una differenza rispetto al minibasket: qui il fondamentale può diventare l’argomento dell’allenamento.

  • Senza palla: battersi per ricevere, con tagli davanti e cambi di direzione e di velocità. «Attaccare» è il verbo da martellare. Niente lavoro sul contatto per ora.
  • Ricezione: si va incontro alla palla finché non è in mano, e mentre la si riceve si guarda già il gioco.
  • Palleggio: il cambio di mano principe è quello frontale, protetto se l’avversario è vicino, in avanti se è lontano. Gli altri si propongono, ma il tempo va lì. Il palleggio non si ferma: se ti chiudono si arretra, e lo si vede poco perché lo si allena poco.
  • Conclusioni e arresti: ambidestrismo, e nell’Under 13 l’arresto a due tempi, interno-esterno, con un palleggio in più pur di avere correttezza ed equilibrio.
  • Difesa: l’obiettivo è rubare la palla. Anticipo in posizione chiusa con una bella fetta di corpo sulla linea di passaggio. Niente lato forte e lato debole e niente raddoppi nell’Under 13; gli aiuti arrivano nell’Under 14, e prima solo se spontanei.
  • Contropiede: correre prima e più veloce degli altri, sfruttare la lunghezza del campo prima della larghezza. Chi prende la palla decide subito se passarla o battere l’uomo che gli viene incontro. Il tre contro due si legge come due contro uno.

Alla fine Rocca torna al punto di partenza: per arrivare al pick and roll ci sono otto o nove anni, e due di questi servono a costruire le basi. Chi davanti alle prime pressioni cambia rotta e accelera fa il danno peggiore proprio dove si lascia il segno.

I punti chiave

  • Nelle prime fasce si programma per sottrazione: poche cose, fatte bene, con calma.
  • La società garantisce un percorso lineare e un linguaggio comune; un nuovo allenatore non cancella il lavoro di chi c’era prima.
  • Spazi, materiale e staff sono il punto di partenza, non un alibi.
  • Abitudini, tornei, allenamenti individuali e rapporto con le famiglie fanno parte della programmazione e vanno dichiarati.
  • Tecnica tutta dentro l’uno contro uno: tagli, ricezione, cambio di mano frontale, arresto a due tempi.
  • In difesa si va per rubare la palla, senza raddoppi nell’Under 13.
  • Nel contropiede prima la lunghezza del campo, poi la larghezza.

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